Le avventure di Washington Black

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Non sa dire con certezza che età avesse quando è morto il suo primo padrone, forse dieci o undici anni. Quello che ricorda bene, oltre al fatto di essersi accovacciato sui talloni nudi nella polvere dura della piantagione di Faith e avere premuto il palmo della mano contro il polpaccio di Big Kit (è così che è cominciato tutto…), sentendo irradiarsi il calore della sua pelle, la sua forza e la sua potenza, mentre il sole rosso tramontava tra le canne d’intorno e i sorveglianti trasportavano la bara a spalle fuori dalla Grande Casa, è che di certo nessuno rimpiangeva quell’uomo. Quando chinavano la testa in segno di lutto, nel campo, gli schiavi piangevano infatti piuttosto la propria amarissima sorte, e l’imminente vendita della proprietà, delle cui suppellettili facevano parte. Inoltre lui quell’uomo ormai inutile, sopravvissuto a un re pazzo e al commercio degli schiavi che aveva visto la caduta dell’Impero francese, l’ascesa di quello britannico e l’alba dell’era industriale, curvo, magro, quasi sempre addormentato con una coperta sulle gambe in una poltrona sistemata all’ombra, sul prato, dall’apparenza simile a quella di un macilento esemplare da laboratorio conservato in una teca di vetro, l’ha sempre visto solo da lontano…

Tra Barbados e l’Inghilterra, passando per una lunga deriva e per la Nuova Scozia, fra il 1830 e il 1836, prende piede, nella prosa d’ampio respiro di Esi Edugyan che colma le pagine di questo romanzo appassionante, emozionante, simbolico e attualissimo, in questo tempo di migranti in cerca di pace, la dettagliata descrizione della vicenda esistenziale di Wash. È così che chiamano tutti infatti questo ragazzino il cui nome sembra stridente e crudele, rappresentando la libertà, bene per cui è necessario non smettere mai di combattere, che, da schiavo com’è in una piantagione di canna da zucchero, non può avere. Wash sta difatti per George Washington Black, che quando non è nemmeno adolescente cambia padrone, ceduto dal suo proprietario al fratello, il che gli fa temere il peggio, violenze e soprusi di ogni tipo. Christopher Wilde però non è affatto un negriero, bensì un esploratore, un naturalista, un intellettuale, un inventore, uno scienziato, uno studioso, un uomo di amplissime vedute, tanto che sembra un visionario a chi trova assurdo anche solo pensare all’abolizione della schiavitù, che porterebbe come diretta conseguenza anche l’abbandono dei pregiudizi collettivi, i quali, invece, alla prima difficoltà, quando le cose sembrano finalmente cominciare a migliorare, si abbattono su Wash. A cui, assieme al suo amico e mentore, non resta dunque che la fuga.

 


 

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