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Le bestie di Rechnitz

Le bestie di Rechnitz
Buenos Aires, 2013. Agnes, cresciuta con sua nonna Maritta in un villaggio dell’Ungheria, è lì davanti a lui. Nel 1944 le loro vite, come le vite di tanti altri, erano state stravolte: Agnes è deportata ad Auschwitz, a soli diciotto anni. Ora ne ha più di novanta. Lui è lì per restituirle un pezzo di vita che le appartiene. Sette anni fa è partita la sua ricerca tra l’Ungheria e l’Austria, Mosca e Buenos Aires. Di ritorno dall’Argentina, sente l’urgenza di scrivere la sua storia. Quasi a voler chiudere il cerchio. Per trovare finalmente la serenità. Tutto ha inizio con un articolo mostratogli da una collega giornalista. Un pezzo della sua famiglia (di conti, principi e vescovi) a lui ignoto: nel marzo del 1945 la zia Margit, soprannominata “la padrona dell’inferno”, è coinvolta nel brutale massacro di centottanta ebrei. Una festa da ballo nel suo castello a Reichnitz degenerata in orrore, tra un bicchiere di spumante e un ballo. Di lei, in famiglia, se n’è sempre parlato poco. Ancor meno da quando si erano trasferiti a Zurigo, in una Svizzera senza ricordi di guerre. Nessuna passione da vivere, nessun dolore da raccontare. Ma a Raichnitz il castello non c’è più. Due testimoni sono morti in occasioni sospette e gli imputati la fanno franca: tutti dimenticano l’accaduto coprendolo con una altrettanto colpevole omertà. Perché nessuno mai gli aveva raccontato quella storia? Un incontro casuale avvia lo scioglimento di quella fitta nebbia che confonde il suo passato…

In una vertiginosa altalena tra passato e presente, il viaggio nella storia (in una delle pagine più terribili e dolorose) si mescola al racconto delle indagini familiari. Così, con uno stile giornalistico (quasi una cronaca) Sacha Batthyany (che di mestiere fa appunto il giornalista) vuole rispondere alla domanda che lo tormenta: esiste un collegamento tra le esperienze vissute dai suoi nonni e i suoi genitori e il suo carattere così malinconico? Il romanzo diventa così un viaggio alla ricerca delle radici: ciò che lo spinge a fare luce sul un evento così orribile è il bisogno di fare chiarezza in un passato ereditato senza averlo scelto né voluto. Il bisogno di trovare la verità si trasforma in un viaggio alla scoperta di sé (emblematico è il percorso di psicoterapia che viene descritto). Il nucleo del racconto però si perde tra le numerose digressioni e l’intreccio risulta frammentato: l’autore pare a tratti perdersi nei dettagli e nelle storie collaterali che arricchiscono il racconto ma appesantiscono la lettura. Le pagine di scritti di Maritta e Agnes, involontariamente l’una dalla parte dei carnefici e l’altra da quella delle vittime, si alternano. La storia dell’autore si intreccia con quella della sua famiglia, la storia dell’Ungheria con quella dell’intero pianeta. I lager e i gulag diventano due facciate di una stessa medaglia, Hitler e Stalin accumunati dalla stessa crudeltà. Un romanzo sincero e sofferto. Come la pagina di storia che racconta.