Le città invisibili

Le città invisibili
“Al di là di sei fiumi e tre catene di montagne sorge Zora, città che chi l'ha vista una volta non può più dimenticare”: Marco Polo è l'instancabile fabulatore alla corte di Kublai Kan, l'imperatore dei tartari. Con gesti, salti, grida e con oggetti l'ingegnoso straniero descrive i luoghi dell'impero che ha visitato, sfidando il sovrano a interpretarne i segni. Con il passare del tempo, ai gesti si sostituisce la parola, ma ciò che rende i resoconti del veneziano così cari al Gran Kan continuano a restare gli spazi vuoti, quelli senza parole: “le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo col pensiero, perdercisi, fermarsi a prendere il fresco, o scappare via di corsa” tanto che, alla fine, nelle loro conversazioni, restavano il più del tempo zitti. Questa la cornice narrativa dentro la quale trovano collocazione i nove capitoli che ospitano le descrizioni di cinquantacinque città, spartite in undici nuclei tematici (memoria, desiderio, segni, scambi, occhi, nome, morti, cielo, sottili, continue, nascoste) e organizzate secondo una precisa e difficilissima regola combinatoria, desumibile dall'indice: per farla semplice, la prima città di ogni capitolo esaurisce, l'ultima invece apre una serie…
A fare da contrappeso all'aspetto freddo, rigido e calcolato del volume è il contenuto. Perché Le città invisibili può essere riletto in continuazione e non ci sarà volta in cui un nuovo significato o un simbolo non si svelerà: un libro da tenere a portata di mano e da aprire a caso per ritrovarsi a camminare sulle ragnatele che costituiscono Ottavia, città sospesa nel vuoto, o dentro Fedora, la città di pietra che accoglie in un museo tutte le versioni possibili di se stessa (ciò che era possibile e non è stato),  racchiuse in una sfera di vetro. Recensire Le città invisibili di Calvino è compito arduo, poco comodo. A partire dal genere. Non è un romanzo, non sono racconti. Ciò a cui è più affine è senza dubbio la poesia, tanto che è Calvino stesso a dire di aver scritto “un ultimo poema d'amore alle città.” Pubblicato originariamente nel 1972 nei Supercoralli di Einaudi, è uno di quei rarissimi libri di cui ogni pagina vale l'intero, come una sineddoche qualitativa, una sfida continua a leggere attraverso il segno, ad andare oltre di esso, a vedere, appunto, l'invisibile, attraverso la filigrana della morfologia impossibile delle sue topografie. La sfida è stata raccolta. Le tracce di questo poema d'amore sono rintracciabili in molte delle riflessioni culturali del secolo scorso e di quello attuale, dal cinema alla fotografia all'architettura. Profetico, semeiotico, dentro ai suoi libri Calvino ci metteva tutto: la sua riflessione sulla scrittura,  sul ruolo della letteratura, la sua profonda etica, basata sull'inderogabile necessità di vedere e sull'impossibilità di rinunciare a dire. “Continuo a credere che non ci siano soluzioni valide esteticamente e moralmente e storicamente se non si attuano nella fondazione di uno stile”.

 

 

 

 
 
 
 
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