Le cose che non ho detto

Le cose che non ho detto
Nezhat compra molti giocattoli alla piccola Azi e al fratello Mohammad ma, per paura che li rompa come ha fatto con una bambola di porcellana la prima volta che l’ha avuta tra le mani, li chiude tutti a chiave in un grande armadio. Non vuole permetterle di tenere il letto vicino alla finestra, come invece ad Azi piacerebbe. Disprezza l’attuale famiglia e rimpiange la brevissima esperienza con un primo marito che in realtà ha conosciuto pochissimo, ma che l’ha corteggiata facendola ballare; da allora nessuno l’ha più vista ballare ma solo costruirsi una verità fittizia in cui il passato è sempre migliore del presente e lei ha sempre ragione: anche quando ferisce profondamente i figli e il secondo marito Ahmad, che la ama tantissimo, anche quando li sommerge con improvvisi gesti d’amore subito dopo una sfuriata in cui li ha pesantemente insultati. Ahmad, invece  racconta ad Azi “Il libro dei Re”, uno dei poemi epici più famosi della letteratura iraniana; la consola quando viene strapazzata dalla madre, e inventa insieme a lei delle storie tutte loro, nate direttamente dai suoi desideri. Luoghi sicuri, in cui rifugiarsi quando la realtà la delude. Azi cresce: studia in Inghilterra e negli Stati Uniti; vive con sofferenza l’arresto e il rilascio del padre, sindaco di Teheran, detentuto a causa del totalitarismo di Khomeini che iniziava a imporsi; assiste ai successi della madre, tra le prime donne a entrare in Parlamento; si sposa due volte e insegna in una Teheran che dopo la rivoluzione non riconosce più e in cui possono decidere di non farla lavorare perché il suo abbigliamento dà fastidio; parte infine per gli Stati Uniti con il marito e i figli, assistendo da lontano alla morte di entrambi i genitori e portando a termine la metamorfosi nella Azar scrittrice che tutti noi conosciamo...
E da scrittrice, come da bambina, realizza il suo più grande desiderio in questo libro: racconta una storia per ricostruire la sua famiglia. Parlare di scrittura riparatrice per l’elaborazione del lutto è, in questo caso, fare psicologia spicciola perché la Nafisi non abbellisce nè mitiga il suo passato: al contrario, usa le foto più segrete della madre e i diari - anche dal carcere- e le poesie del padre per ottenere testimonianze incontaminate e incontrovertibili di quello che è realmente successo al di là dei sentimenti e di quanto è passato sotto i suoi occhi di figlia, prima bambina, poi adolescente e infine donna. I fatti parlano da soli: di un padre arrendevole e  di una madre umorale, infelice, dispotica, capace di ignorare la vita quotidiana e di evocare solo chimere, come quell’ ultimo ballo divenuto un’ossessione anche per la figlia, che vorrebbe vedere sua madre ballare ancora, non riuscendo neanche a immaginarla nel fare una cosa del genere. E qui, nella prosa sempre coinvolgente e sincera della Nafisi, trova spazio anche la voce del cuore, sofferente per un amore materno a corrente alternata, per la violenza delle liti domestiche, per la mancanza di una pace duratura a causa di un padre tanto amato ma che, in definitiva, non è stato capace di aiutarla, e della storia dell’ Iran, che ha sempre, inevitabilmente, fatto irruzione nella loro famiglia alterandone dinamiche e alchimie e impastandosi indissolubilmente nella sua storia personale. Un paese e una famiglia, entrambi pieni di contraddizioni, vissuti dall’autrice con la stessa intensità, in un alternarsi di amore sconfinato e odio per la cattiveria e le delusioni ricevute: una ricerca parallela che ricompone un ritratto  tutto sommato positivo proprio perché lucido e consapevole della duplicità della natura umana nei sentimenti e nella storia. Una riflessione personale e intima che riesce a diventare quella di chiunque voglia indagare su se stesso e sulla propria storia, come solo la grande letteratura riesce a fare, sfidando tempo e spazi differenti.

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