Le cose che portiamo

Le cose che portiamo
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17 giugno 1968. È un pomeriggio come tutti gli altri, un inizio di estate americana che si preannuncia essere una delle più calde degli ultimi anni. Eppure Tim, appena tornato dal campo da golf, non sente quel caldo umidiccio sulla pelle, il ronzio degli insetti, il richiamo di sua madre che gli chiede cosa vuole per pranzo… Stringe tra le mani una lettera e l’unica cosa che percepisce è il sangue – improvvisamente denso – pulsare dietro le pupille e una domanda martellante nella testa: perché io? Perché cazzo devo andare io?! Quella appena ricevuta è la lettera di arruolamento per la guerra del Vietnam. Ventuno anni e ti chiedono di andare a morire in un posto dimenticato da dio e dagli uomini, per una guerra che non solo non condividi ma che neanche capisci. “Perché io? Io sono laureato, porca puttana, non so distinguere un fucile da una fionda… perché io?”, pensa Tim mentre il cervello inizia a lavorare freneticamente: la Guardia e la Riserva Nazionale hanno liste d’attesa infinite, il congedo per motivi di studio non lo danno più, non posso neanche fingermi malato, con questo maledetto fisico da giocatore di football per il quale ho lavorato per tutto il liceo. L’unica soluzione è quella della fuga: andare in Canada, rifiutare la guerra e relegarsi al confino sociale. Restare vivi, sì, ma abbandonare comunque la propria vita, la propria casa, il proprio futuro. Scegliere la vigliaccheria e la vergogna alla paura della morte: hai 21 anni, sei terrorizzato e una morsa implacabile ti stringe il petto. Tu cosa faresti?

“Come si fa a riconoscere una vera storia di guerra? Una vera storia di guerra non è mai morale. Non ammaestra, non incoraggia la virtù, non propone modelli di corretto comportamento, non trattiene gli uomini da fare quello che hanno sempre fatto”. È su questo che Tim O’Brien costruisce il suo libro, a metà tra un romanzo e una biografia. Attingendo a piene mani alla sua giovinezza spesa nelle risaie del Vietnam come soldato, O’Brien regala un intenso romanzo di guerra dove il filo conduttore non è il coraggio dei soldati ma la paura: della morte, degli stessi compagni, paura dei nemici e della propria vigliaccheria. Un romanzo che non segue i canoni classici del genere – inizio, svolgimento e conclusione – quanto piuttosto mette a confronto i ricordi del giovane scrittore con le conclusioni alle quali è giunto da adulto, sopravvissuto a tutto quello che viene narrato. Le cose che portiamo allude non solo al peso che i soldati dovevano portare fisicamente addosso – armi, radio, munizioni – ma soprattutto al peso delle fotografie, dei portafortuna, dei giochi e dei fumetti che continuavano a portarsi dietro, come ricordo della vita precedente alla guerra e come àncora a quella umanità che nel resto del mondo continuava ad esistere. Un peso, quello di restare vivi nonostante i tentennamenti, la vergogna e la paura, che viene narrato con una forza travolgente e rende questo libro un viaggio all’interno delle emozioni umane.



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