Le cose dell’orologio

Le cose dell’orologio
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Un giorno come un altro una bambina passata dalla stazione con sua zia rivolge distrattamente lo sguardo verso il grande orologio che abitualmente campeggia e vigila sulla folla che viene e che va. Ma quel giorno evidentemente non è affatto un giorno come gli altri, perché l’orologio è sparito. Dal capostazione alla signora Piccionetti, che decide di mettere su un comitato per discutere e cercare giustizia dopo questo avvenimento insolito, tutti partecipano con disagio crescente e dilagante alla sparizione. C’è chi intravede complotti politicizzati nei quali le autorità si sono servite di un falso furto per rimuovere l’orologio-mezzo di controllo sotto copertura, altri semplicemente si sentono oltraggiati da un gesto tanto irrispettoso e degenerato. Un classico scaricabarile: chi avrebbe dovuto sorvegliare, chi avrebbe dovuto proteggere, tutele mancate tra pubblico e privato, ma la verità è presto detta. Un uomo, con già diverse strane ruberie alle spalle, l’ha preso. Perché gli piaceva troppo. L’orologio è proprio lì, con il resto della roba più disparata, ammassata nel suo loft. Ma la rivelazione del furto non chiude la vicenda, anzi...

Dopo due testi teatrali Mario Borghi si butta nella narrativa. Scegliere il furto di un orologio come incipit per un romanzo presta il fianco a più di una interpretazione e apre non poche strade nella lettura dei sottotesti che accompagnano il corso di quello che in realtà ci viene presentato in un fraseggio agevole e spiccio, tutt’altro che filosofeggiante. Un “raccontone” che sembra un amarcordiano spaccato di una superprovincia di un tempo avvolto nella nebbia del fumettistico. Tra gli anni cinquanta di De Sica e quei film di Pupi Avati tutti “dinamiche tanto piccole da diventare universali” della Romagna più periferica. Ma l’orologio, l’orologio insinua senza scampo la riflessione sul tempo, e non si può scappare dalla sosta riflessiva sulla relazione ‒ oltre l’affezione fisica, la burocrazia ‒ che si intesse tra ogni personaggio e, in concerto di ticchettii, tra tutti loro e quell’orologio. In un samba confuso le lancette vanno avanti e indietro, si fermano e ripartono, come se, in un capovolgimento di ruoli, libero dal suo ruolo istituzionale fosse l’orologio stesso, ribaltando il ritmo sincronizzato con il quale Dino Buzzati vedeva muoversi gli uomini in quel deserto che è il cuore della città, a muoversi al tempo dell’uomo. Un tempo sfasato, ma che tuttavia trova sempre il modo di giustificare le proprie sincopi.



 

 

 
 
 
 

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