Le dieci parole latine che raccontano il nostro mondo

Le dieci parole latine che raccontano il nostro mondo

Codice morale per millenni, la virtù è quasi del tutto sparita dal linguaggio corrente, ancor più del suo abituale contrario, il vizio. Chi – tolto qualche professore di etica ‒ si sognerebbe ormai di descrivere la parte migliore di un individuo come virtù […] Chi, men che meno, penserebbe ormai che la virtù debba caratterizzare la politica o la formazione dei giovani, a casa e a scuola? Chi ambisce ormai ad averne? Chi ci crede più?”. Ormai la virtù è qualcosa che invochiamo inconsapevolmente, la ritroviamo in una insegna che sovrasta l’ingresso di una palestra o la associamo all’aggettivo “virtuale”, che paradossalmente non ha proprio nulla a che vedere con la virtù, trattando “una realtà fasulla, libera dai divieti del lecito e dell’autentico; consentendo, tra l’altro, dietro lo schermo della finzione immateriale, comportamenti spesso tutt’altro che virtuosi”. Perché abbiamo dimenticato il vero significato della parola virtus? Scriveva Cicerone “La virtù è stata così chiamata dal vocabolo vir [uomo]; propria principalmente del vir è la fortezza, di cui due sono i compiti principali: il disprezzo della morte e il disprezzo del dolore. Questi dunque bisogna praticare, se vogliamo essere padroni della virtus, o piuttosto se vogliamo essere viri...(Tusculanae disputationes II, 18,43). Perché abbiamo dimenticato di come attraverso i secoli il senso di questa parola sia andato modificandosi passando dal contesto prettamente militare (penso a Cesare, Livio e Tacito) alla virtus del Principe di Machiavelli – che diventa caratteristica principale del leader” - e ancora alla virtud di Cervantes (“dove regna l’invidia non può vivere la virtù, né dove c’è scarsezza di liberalità”, Don Chisciotte capitolo XLVII)?

Scrittore, latinista, docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford ed anche pittore, Nicola Gardini ‒ già autore sempre presso Garzanti di Viva il latino – torna in libreria con un saggio che ha nuovamente per protagonista la lingua dei Romani, questa volta attraverso la scelta e l’analisi approfondita del significato di dieci parole (ars, signum, modus, stilus, volvo, memoria, virtus, claritas, spiritus, rete) che hanno plasmato la nostra storia e che in qualche modo continuano a farlo. Dieci parole di uso ormai comune, non solo nella lingua italiana ma anche in molte altre lingue, delle quali Gardini sviscera il significato originario per poi incantarci, come nell’ascolto di una fiaba, nel racconto della loro trasformazione; di come da un’unica parola – col susseguirsi delle epoche storiche - si siano ramificate fitte trame di significati e di sfumature. Fermarsi all’etimologia è dunque riduttivo e non fa comprendere appieno il senso di una parola: bisogna leggerla attraverso la storia,la letteratura, la filosofia. Ogni capitolo è dedicato ad un termine in una sorta di vocabolario minimo che avvince e diverte pure, a dimostrazione del fatto, anche a dispetto dei più scettici, che il latino non è assolutamente una lingua morta: è memoria di ciò che eravamo e misura della distanza che fin qui abbiamo percorso; è comprensione della provenienza “di abitudini mentali, di immagini, di metafore”; è seme “di una sempre rinata modernità”. Essere consapevoli della ricchezza di significati in cui ci muoviamo ogni giorno quando parliamo e quando scriviamo “non è solo istruttivo e appassionante, è un modo della libertà e della democrazia”. È ciò che ci permette di scegliere le parole giuste, perché non è vero che la lingua è una per tutti, e che una parola dica una sola cosa per volta. Impossibile non sentire l’amore dell’autore per questa lingua e per la conoscenza (“Quel che non so aspetta solo di essere accolto, capito, illuminato. Intanto sono certo che mi sta sostenendo, mi sta dando sostanza. Noi, anche nel più perfetto isolamento, non siamo mai soli, perché abbiamo le parole. Conosciamole, ascoltiamole; e lo spazio intorno si riempirà di amici”). Impossibile non rimanerne travolti.



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