Le due facce dell’innocente

Le due facce dell’innocente
New York, aula 12 della Corte suprema di Manhattan. Yedidyah Wasserman e Werner Sonderberg. Due giovani uomini, due vite che si intrecciano (in modo più profondo di quanto essi stessi siano consapevoli) nelle aule di un tribunale. Sonderberg, tedesco, studente di filosofia trasferitosi alla New York University: unico imputato nel processo per la morte dello zio (o presunto tale) Hans Dunkelman, ritrovato in fondo ad un crepaccio, cadavere, dopo essere stato visto l’ultima volta qualche ora prima in compagnia del nipote. Incidente? Omicidio? Suicidio? Cosa accadde quel giorno sul costone di quella montagna? E perché Sonderberg si proclama - clamorosamente per un’aula di giustizia americana - “colpevole, e non colpevole”? Si può essere insieme responsabili, e non, della morte di qualcuno? Fra i cronisti di quel processo, Yedidyah Wasserman. Ebreo, critico teatrale di un quotidiano newyorkese, alle spalle una formazione attoriale: abituato a tutt’altri palcoscenici che alle aule di giustizia. Ma in fondo anche un processo è un gioco delle parti, e uno “s-velarsi” della verità sulla scena - sempre che questa si dia come un assoluto.  Yedidyah, cresciuto alla scuola del teatro dove la verità  è sfaccettata e apre nuove interrogativi, segue con attenzione  quello che si rivelerà essere il caso mediatico dell’anno. E mentre l’opinione pubblica si divide fra innocentisti e colpevolisti, mantiene sospeso il proprio giudizio. Proprio questa sua posizione lo porterà a divenire più stretto interlocutore di Sonderberg, alla ricerca di una più profonda verità: cosa si nasconde davvero dietro la morte di Dunkelman? Il processo sarà l’occasione -  per Yedidyah e Werner - per un tuffo in un passato comune che si credeva dimenticato, un passato la cui crudezza è stata a lungo sepolta sotto la coltre dell’oblio ma che, come lama tagliente, continua a incidere la coscienza e l’esistenza: la deportazione ebraica e l’Olocausto. I due si ritroveranno però sulle sponde opposte del fiume della storia: quella di chi subì il male, e quella di chi ne fu l’artefice. Entrambi a fare i conti con un passato scomodo e tragicamente ancora infisso negli abissi dell’anima, una pesante eredità con la quale prima o poi dovranno a fatica dolorosamente misurarsi…
Con una scrittura sapienziale - in cui sembra di risentire gli echi della grande tradizione ebraica - Elie Wiesel ci accompagna dentro l’animo umano, dentro i suoi interrogativi più profondi e le sue infinite sfaccettature. Una scrittura sfumata, attenta ai moti dell’anima, che pone al centro l’uomo con i travagli dell’esistenza, un uomo che anche nei giorni più bui si lascia interrogare da ciò che vive e lo circonda,  prima di qualsiasi approdo ad una verità che si vorrebbe (o il nostro io comune vorrebbe) risolutiva ed esente dal dolore. Wiesel non cancella il dolore: vi passa attraverso. Lui, deportato ad Auschwitz e a Buchenwald. Ancora una volta con questo romanzo, con uno stile intenso e pur scabro, ci pone innanzi il desolante orrore di ciò che fu: la perdita degli affetti più cari, l’annullamento della propria stessa identità, l’annichilimento, un passato solo apparentemente sepolto, per sola sopravvivenza,  nelle pieghe più buie della memoria. Ma insieme interpella le coscienze di chi fu dall’ “altra parte” nella storia dell’Olocausto: accanto a criminali nazisti mai pentiti di quanto compirono, dà voce al travaglio di quanti, fra i loro discendenti, vissero e vivono la vergogna di un passato di disumanità, pesante e irrisolta eredità dei loro padri, e dei padri dei loro padri. Alle parole di Bertold Brecht, Wiesel affida la visione di una umanità accomunata, in modo diversi, da quella disumanità:  “Voi che uscirete vivi dal diluvio/ dove fummo sommersi, quando/ parlerete di noi, di come fummo deboli,/ ricordatevi anche dei tempi neri/ da cui voi siete pur scampati”. Nel riconoscimento dell’atrocità vissuta, e compiuta, Wiesel sembra indicare la via possibile di una superiore (sofferta) conciliazione della Storia con il proprio passato. Eppure mai, nelle sue parole – pur incise nella carne, un tono perentorio: nessun uomo, senza macchia, potrà ergersi a sommo giudice dell’altro, e giudice supremo della Storia:  “Non siamo forse tutti, in un momento o nell’altro, colpevoli pur essendo innocenti?” Una scrittura di ampio respiro, che ci interroga ad ogni passo. 

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