Le imperfette

Le imperfette

Anna ha due figli, un marito chirurgo estetico con una carriera prestigiosa e un passato alle spalle di solida ricchezza e protezione da parte di suo padre Attilio, il cui unico obiettivo è stato quello di fornire alla figlia “una vita perfetta, una tela bianca senza ombre”. A soli due anni Anna ha perso la madre, colpita nel sonno da una morte improvvisa. Piccolina, si era messa a dormire accanto al corpo senza vita, per poi tornarsene da sola nel suo lettino. Inconsapevole? Forse. Di certo inconsapevole lo è oggi: attraversa una vita piena di privilegi con quella ingenuità tipica di chi non è mai neanche sfiorato dall’idea che certe cose possano accadere. Per questo aver fatto l’amore con Javier, il padre spagnolo di una compagna di scuola di suo figlio, equivale per lei all’inizio dell’Apocalisse. “La colpa”: il tradimento verso suo marito e i suoi figli prende forma e sostanza in questa parola. La colpa. E invece “non esistono i tradimenti, esistono gli spazi ed è tra quelli che si infilano le persone”. E uno spazio, grande, lo aveva lasciato Guido dopo la nascita di Natalia: era spesso assente, assorbito dalla Clinica, certo, non poteva che essere questo il motivo. Dubitare di Guido era impossibile per Anna, sarebbe stato come dubitare del padre. Quando però arriva una denuncia da parte di una delle pazienti della clinica e Attilio muore d’infarto, Anna smette di essere figlia ed è obbligata a riconoscere la verità. E la verità è di essere anche lei una “imperfetta”. “Ma questo pensiero le balenò alla mente come una liberazione, perché essere imperfetta significava essere fallibile (…). Uscire dalla bolla”…

Questo romanzo inizia quasi dalla fine. Federica De Paolis non ha paura di giocarsi le sue carte subito. La prima volta che incontriamo Anna, non è la donna che viene raccontata per gran parte del romanzo. Quando appare sulla pagina Anna è già una donna trasformata. Sta attraversando l’incubo più grande per una madre. Ma prima dobbiamo fare conoscenza con una Anna precedente. Una statuina di porcellana tenuta sempre in una vetrinetta, al riparo dalle cose “da grandi”: la Clinica Sant’Orsola, ad esempio. Ciò che accade dentro quel villino dove le donne “imperfette” (come le chiama il marito) vanno a placare la loro smania di “completezza irraggiungibile”, lei lo ignora. Se il patriarcato aveva già fatto la maggior parte del danno, la sua indole remissiva aveva completato il quadretto. Anna in quella vetrina si era acquattata volentieri. Ma imperfetti sono gli esseri umani, non solo le donne. Imperfetti sono i padri, i figli, i mariti, le mogli, gli amanti. Le imperfette ha vinto il DeA Planeta 2020. Annunciato in videoconferenza, il premio raggiunge la scrittrice durante il lockdown: “Il fatto che sia arrivato in un momento cupo per me e per tutti lo rende ancora più speciale: il pensiero che una parte di me possa raggiungere le persone attraverso le pagine di questo libro coincide, ora più che mai, con la mia idea di libertà”. Questa volta Federica De Paolis sceglie una tinta meno forte del precedente Notturno salentino. Si riconoscono la sua scrittura essenziale e il suo ritmo, imposto anche a questo romanzo (che si legge con la stessa urgenza dei precedenti), ma i colori sono più tenui. Qui siamo nella vita ovattata della borghesia italiana: anche le deflagrazioni sono attutite. E non a caso è la neve a fare da scenario al dramma: bianca, soffice, copre tutto e rende impossibile trovare tracce, seguire una pista, avere punti di riferimento. La perfezione della neve è una utopia: attraverso quella coltre bianca, il freddo anestetizza, congela, assidera, uccide. Un appello alla rinuncia alla perfezione, un inno alla accettazione della nostra fallibilità, alla imperfezione, unica via concessa per arrivare a guardarci davvero e a riconoscerci una volta per tutte.



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