Le isole di Norman

Le isole di Norman

La stanza della madre di Elena misura dodici mattonelle per la larghezza e dodici mattonelle per la lunghezza. Elena, foglio e penna in mano, ne contempla dalla soglia la disposizione: la struttura del letto e il materasso matrimoniale, la testiera e i due comodini, e infine le pile di libri. Sul foglio traccia una griglia, con i numeri da 1 a 12 in orizzontale e le lettere da “a” a “n” in verticale. È venerdì ed Elena sta per tracciare la prima mappa della camera della madre. Annerisce le caselle corrispondenti alle colonne di libri: b1, b7, f1, j8. La j8 era la più complicata, perché si riferiva al lato del letto in cui un tempo dormiva suo padre; sul cuscino stava La montagna incantata di Thomas Mann. Amava quella stanza perché era raccolta e solitaria, con una finestra che si apriva sul mare e un oblò che dava sui tetti. Dopo quella prima mappa ne sono venute tante altre. Elena teneva sotto controllo lo spostamento e la composizione delle pile, i movimenti dei libri e il loro numero per colonna, attenta a ogni minimo cambiamento. Per lei quelle mappe sono “un filo per tenere sua madre salda alla casa”: le conserva sottochiave, le appende e le studia per decifrare l’umore della madre. Tra griglie, sequenze e combinazioni Elena sembra cercare un nesso, o uno schema, che le restituisca “l’immagine della donna che era stata sua madre”. Ma è sempre costretta ad arrendersi: i suoi sforzi non producono epifanie e quella ragazza che lei osserva nella foto del liceo, con la coda, gli occhiali da sole e la gonna troppo corta, le sfugge ogni volta...

Con Le isole di Norman, Veronica Galletta compie un esordio di spessore, attestato dal conferimento del Premio Campiello Opera Prima. La protagonista, Elena, è da tempo abituata a mappare l’evoluzione emotiva di una madre assente, che si rintana per gran parte della giornata in camera e impila i libri sul pavimento della stanza in conformazioni sempre diverse. Quando la madre scompare davvero, Elena proietta questo desiderio di conoscenza all’esterno, applicando all’isola di Ortigia – il nido che l’accoglie, al quale è profondamente legata – la griglia 12x12 che aveva utilizzato per tracciare le varie disposizioni che le pile di libri avevano assunto nel corso degli anni. Galletta riesce a delineare con sapienza e forza poetica il tentativo di Elena, che è allo stesso tempo ricerca di una stabilità emotiva ed esorcizzazione di un’assenza che la perseguita da quando, bambina, si è ustionata con una pentola di acqua bollente. La narrazione si sposta tra due piani temporali tanto distanti quanto inestricabilmente intrecciati. È complicato avere a che fare con i fantasmi della propria vita – in questo romanzo i fantasmi sono almeno due, ma tutta la trama sembra percorsa da presenze che si affacciano sulla scena per poi sparire nelle brume del ricordo – ma Galletta ci dimostra che per riprendere il pieno possesso della nostra vita è necessario confrontarsi con loro a viso aperto. Proprio là dove sembra esserci un vuoto incolmabile possono aprirsi nuovi spazi di esistenza.



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