Le lettere da Capri

Le lettere da Capri
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Mario passeggia per via Margutta, la destinazione è lo studio di doppiaggio dove lo aspettano per una sessione. Sono le 11.00, a Roma l’ora più allegra della giornata secondo lui, si imbatte nei corniciai, artigiani, meccanici rumorosi e canterini del centro città, situazione che ama sbirciare e in cui si immerge con profondo piacere. In lontananza scorge una sagoma familiare: l’amico Harry, seppure in abiti trasandati e non nel completo e cravatta nei quali è abituato a vederlo. L’americano, licenziatosi dall’Unesco dall’ultima volta che si erano incontrati, ha abbandonato ogni restrizione che gli opprimeva l’esistenza e vive ora di lavoretti, e, si dà il caso, abita proprio dietro l’angolo. Ci terrebbe a fargli vedere la sua casetta e continuare a parlare con Mario e un provvidenziale ritardo nella sala di registrazione permette ai due di continuare la loro chiacchierata. Harry non vive una buona situazione, l’aver lasciato il lavoro e l’America comporta all’uomo un’indigenza economica che diventa sempre più stringente e che proprio Mario, pensa, possa aiutare a risollevare. Intanto sono arrivati a casa. La dimora è una sorta di studiolo d’artista in un palazzo di ringhiera tra piante di basilico e pomodori; a dividere l’appartamentino con lui non c’è la moglie, elegantissima e minuta ragazza di Princeton, ma Dora, o Dorothea. Appena entrati i due si imbattono nella ragazza, Mario ne è disturbato e folgorato insieme. Lei è alta, prosperosa, dai capelli corvini lisci raccolti a chignon e gli occhi verdissimi. Discorrendo scopre che è stata una comparsa in uno dei film da lui diretti, ma qualcosa gli dice che non è certo questa la sua attività primaria. Fuori dai denti Harry chiede di coadiuvarlo nella ricerca di un lavoro, per lui e per la sua compagna/amante, e gli confida di avere un’idea per un soggetto cinematografico, che risolverebbe se ben pagato le sue sorti per un bel po’. Quello che il regista può fare è suggerirgli di scriverlo e sottoporglielo, lui per quel che può vuole leggerlo e consigliarlo sulla forma e sulla spendibilità. Mario è deciso a non perderlo di nuovo di vista, lui e soprattutto Dorothea, con la quale sente c’è qualcosa di irrisolto…

È il 1954 e Mario Soldati, scrittore, giornalista, sceneggiatore e regista scrive forse uno dei suoi testi più amari; ambiguo e disilluso Le lettere da Capri vince lo Strega di quell’anno. Incastonato in un periodo florido per lui di racconti, romanzi e divagazioni ‒ A cena col commendatore (1950) prima e La confessione (1955), Il vero Silvestri (1957), La messa dei villeggianti (1959) e Le due città (1959) sono solo quelli strettamente a ridosso ‒ è un romanzo che già dalla composizione si preannuncia non canonico. La storia è la vicenda di vita dell’amico Harry, che solo in brevi tratti si interseca con la sua, il libro è diviso in tre macro capitoli, ognuno affidato non solo ad un diverso narratore, ma ad una diversa modalità di racconto. Se il primo blocco è raccontato in prima persona dal narratore (e protagonista, essendo Soldati personaggio del racconto egli stesso) che si imbatte casualmente in un amico che sembra dover essere di passaggio nell’azione, il secondo è quasi per intero il copione che proprio quell’amico invita Mario a leggere, e che, pian piano, finisce per occupare, in forma di racconto nel racconto, l’intero spazio della narrazione. Tra le brevi incursioni dell’autore che cesellano l’incedere del romanzo si arriva alla terza e ultima parte, che quasi in sospensione dalla realtà, in una sorta di appendice ben inserita nel corpo del testo riporta le lettere di Jane, la moglie di Harry, appena conosciuta dalle parole di lui, che da marginale diventa figura di rilievo ribaltando la sua identità di vittima del tradimento del marito ad adultera anch’essa, innamorata di un tale Aldo. Una vicenda non molto originale quella scelta da Soldati, un triangolo amoroso da manuale che parte con un lui-lei-l’altra e si trasforma in lui-lei-l’altro, ma che stupisce per la freschezza e la particolarità dello stile, la maestria del racconto, tra le riflessioni pungenti, profonde, quelle sì originali, e la semplice eleganza del ritmo della scrittura. Esempio di amore per le vicende quotidiane, ordinarie che diventano straordinarie se analizzate con lo sguardo introspettivo e puntuale di un intelligentissimo osservatore e raccontate con la penna nobile delle epopee. Quotidianità e raffinatezza di stile che circondava l’operato di Soldati in quel periodo anche nell’ala cinematografica della sua attività. La provinciale del 1953, con la Lollobrigida in una vaga versione Madame Bovary, prende le mosse proprio dalla scrittura sublime di Alberto Moravia e del suo omonimo romanzo breve; La donna del fiume (alias Sophia Loren) del 1955, può vantare i dialoghi di Giorgio Bassani e Pier Paolo Pasolini.



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