Le linee d’ombra

Le linee d’ombra
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Sul finire degli anni trenta del novecento c’è una famiglia indiana che si muove tra Londra, Dacca e Calcutta, intrecciando le note del proprio destino con quelle degli innumerevoli e inevitabili incontri che queste città causeranno. C’è Tridib, un tredicenne sognatore con i suoi occhiali ovali e la montatura dorata, che dopo un tè negli squallidi chioschi dispersi tra le viscere di Calcutta non manca mai di bussare alle porte degli zii per rassicurarsi sullo stato di salute della nonna, trovare un rapido conforto per i suoi problemi di stomaco e infine trascinare il piccolo cuginetto nella narrazione di straordinarie avventure che prendono il via da spunti archeologici, tracce di ricordi e una fervida immaginazione. E come dimenticarsi di Ila, un’altra cugina di questa grande famiglia indiana, capace di stordire chiunque con la propria bellezza, una delicata pelle olivastra e un carattere fragile e bisognoso di cure che non manca mai di attrarre qualsiasi uomo, pronto a dare tutto se stesso per trovare rimedio alle sofferenze di Ila. E poi c’è May Price, un’amica inglese che - apparentemente - sembra non condividere molto con questa famiglia indiana, ma forse - proprio per questo - finirà per segnarne inevitabilmente il destino. E in mezzo a tutto c’è anche lui, questo piccolo bambino attratto da tutto ciò che gli gravita attorno, curioso, intelligente, fin troppo maturo per la sua età e straordinaria voce narrante di questa vicenda…
Il 2010 riporta alla luce, a circa un ventennio di distanza, questo straordinario romanzo di Amitav Ghosh, edito per la prima volta in Italia per i tipi di Einaudi nel 1990, mentre la stesura originaria risale al 1988. Quindi potrebbe sembrare del tutto inutile un paragone tra questo testo e le ultime stesure inedite di Ghosh presso Neri Pozza, ad esempio Mare di papaveri del 2008. Eppure è proprio il confronto tra questi testi che sottolinea la peculiarità di Amitav Ghosh: con Le linee d’ombra scopriamo un autore ancora acerbo - non immaturo, semplicemente in via di formazione -  che sta affinando la propria scrittura e il proprio “io” come narratore. Non a caso in questo libro a prevalere è spesso la prima persona, in un componimento diretto che sembra non seguire logiche dettate dall’ordine o dall’orientamento verso il lettore: il volume è piuttosto la risultante di un getto che serve a liberare l’io, in queste trecento pagine che conoscono una sola interruzione, quella tra “andare” - capitolo di apertura - e “tornare” che rappresenta la sezione conclusiva del romanzo. È un testo del tutto diverso, quindi, dalle narrazioni con capitolazioni brevi, ordinate e in terza persona che segnano l’ultimo Ghosh, quello più maturo, ma rappresenta comunque un libro che va apprezzato proprio per la sua freschezza, la sua componente quasi intima e diaristica e questa infinita serie di intrecci che, come sempre, caratterizza da un lato la produzione indiana, dall’altro quella di Ghosh nello specifico.

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