Le mani sugli occhi

Le mani sugli occhi
Federica Assioli, avvenente magistrato della Procura di Como, sta godendosi una lunga pausa pranzo in piscina per ritemprarsi da una mattinata di lavoro passata a seguire l'agghiacciante inchiesta sulla scomparsa di due bambini che occupa le sue giornate da qualche tempo, quando una telefonata la richiama in ufficio con urgenza: il colonnello Gerace, comandante del nucleo di Polizia Tributaria del capoluogo lariano, un vero mastino implacabile nella caccia agli evasori fiscali, deve raccontarle una strana storia. Quella mattina sulla statale 340, vicino a Valsolda, c'è stato un grave incidente stradale: un camion ha perso il suo carico di tronchi, che ha schiacciato un'auto con targa della Città del Vaticano. A bordo un autista – morto sul colpo – e un cardinale, ricoverato in condizioni gravissime. Ma soprattutto una valigetta contenente titoli del Tesoro statunitensi, per la precisione 40 bond della Federal Reserve e 10 Kennedy notes, per un valore complessivo di 30 miliardi di dollari. Gerace e la Assioli lo ignorano, ma quella somma mostruosa era diretta in Svizzera alla Banque Privée di Cédric e Reto Stelzer, e serviva all'acquisto di 500 tonnellate di oro puro: mistero fitto però sullo scopo di quella immane transazione. Intanto sulle rive del lago di Bracciano – dopo più di un anno passato in segreto a Las Palmas - ha trovato rifugio con la sua famiglia l'avvocato Vittorio Tanlongo, fuggito - dopo la distruzione della sua villa - da Roma e dalla vendetta di alcuni spietati faccendieri russi per i quali ha lavorato. Ma il sanguinario Jurij Timchenko ora l'ha trovato, e minaccia ancora la vita della sua famiglia, a meno che Vittorio non gli renda ancora un altro servigio...
Il secondo romanzo della saga di Vittorio Tanlongo è un sequel sorprendente sotto molti aspetti. Innanzitutto perché non era previsto: Ugo Barbàra ha candidamente confessato di aver scritto Le mani sugli occhi sotto l'effetto della pressione esercitata dal successo di vendite del precedente romanzo, Il corruttore, e dai suoi tantissimi lettori. E poi perché è un libro magnifico. Non fraintendete, non è sorprendente che Barbàra – che oltre a scrivere romanzi lavora per l'agenzia giornalistica AGI, per la cronaca – sforni una prova di questo livello, ma piuttosto che la maggioranza degli autori italiani non faccia altrettanto. Barbàra infatti non ha la pretesa di puntare al Nobel per la Letteratura, si muove nei territori della narrativa di genere, ma lo fa con padronanza assoluta, senso del ritmo, capacità di far suo il patrimonio dei maestri del settore. Con mestiere, insomma. Un mestiere che nel nostro Paese – nel quale la scrittura è vissuta come Arte anche e soprattutto quando Arte non è – è ancora incredibilmente poco diffuso. Peccato, perché di noir cupi e convulsi, martellanti ed emozionanti come questo ce ne vorrebbero molti di più.

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