Le menzogne della notte

Le menzogne della notte

Ottocento. L’ultima notte il barone Corrado Ingafù, il sedicente poeta Saglimbeni, il soldato Agesilao degli Incerti e lo studente Narciso Lucifora mangiano poco o nulla, con l’inappetenza che si conviene ai condannati a morte. Prigionieri nella fortezza dell’isola ormai da tempo, da tempo abituati a non vedere altro panorama che lo sconfinato deserto del mare e del cielo: è infatti la fortezza l’unico luogo abitato dell’isola ‒ anche se si dovrebbe chiamare piuttosto scoglio, dal momento che rimane impervia sia ai battelli che ai nuotatori. Le loro celle, oblunghe e cieche, hanno una sola stretta finestra attraverso cui è possibile guardare l’esterno solamente facendosi staffa sulle mani d’un altro detenuto. E ora, in quell’ultimo giorno, i quattro cominciano a sentire tutta la paura di una prematura dipartita, firmata al lume di candela dal governatore Consalvo De Ritis in persona, quattro lettere per quattro condannati dai diversi vissuti, uniti nella sorte da una sentenza inappellabile che suona per tutti la stessa: “Reo confesso di Lesa Maestà. Condannato dalla Corte di Vicaria al quarto grado del pubblico esempio, addì 12 ottobre. Da eseguirsi in fortezza, mediante decollazione, addì”. Il governatore chiama Balestra, il boia, ha in mente di convincere i quattro condannati a rivelare l’identità del capo e mandante della congiura per cui sono stati catturati i rivoltosi chiusi nelle celle, conosciuto solo per il suo altisonante nome: Padreterno…

L’autore avvisa fin dal titolo e nelle note di copertina che Le menzogne della notte è disseminato di invenzioni, anacronismi e anatopismi e che “[…] date, luoghi e figure giocano sullo sfondo d’uno stravolto Risorgimento”. Il romanzo breve, che è valso a Gesualdo Bufalino il Premio Strega nel 1988, anno di prima pubblicazione del libro, rientra però, più che nel genere storico, in quello del divertissement: “[…] parole in costume d’epoca, intrecciate per svago e passione da un malato d’insonnia che aspetta, insieme ai suoi personaggi, il mattino”. Questa breve premessa per portare il lettore fin dentro il fine gioco teatrale costruito con attenzione certosina dall’autore di Comiso, che mette in scena un atto unico in cui quattro condannati a morte, le cui idee antimonarchiche li hanno condotti alla ghigliottina, raccontano a un brigante, compagno di cella nelle ultime ore di vita, gli episodi che li hanno condotti a quel destino, in un andamento narrativo a cornice che corre sul bilico fra realtà e menzogna, letteratura e storia. Benché l’isola fortezza non sia mai descritta dal punto di vista storico o topografico, possiamo intuire dall’effige posta sul suo arco (Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis vincta tenet, stat res, stat tuta tibi domus) che si tratti del penitenziario sull’isola di Santo Stefano nell’arcipelago delle isole ponziane, che dal 1795 al 1965 ospitò e torturò briganti, assassini e anche condannati per crimini politici. Il linguaggio alto ed erudito si fonde e si armonizza con una struttura narrativa mista fra la terza persona e la prima dei singoli racconti dei carcerati e del governatore; accompagnano il lettore in tutte le fasi dell’ultima notte dei condannati i brevi capitoli dal titolo esplicativo, che aprono e chiudono le diverse scene proprio come fossero delle porte di una cella e arrivano così al gustoso, imprevedibile finale che Bufalino ha scelto non solo per i suoi personaggi, ma per il lettore, che troverà nell’alba del nuovo giorno il senso più profondo delle menzogne della notte.



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