Le mie rivoluzioni

Le mie rivoluzioni
Michael Frame è un signore di mezza età, preso nella morsa di una vita nostalgica, molle e routinaria. Osserva con crescente sconforto e angoscia i preparativi per il suo compleanno: il tendone in giardino, i tavoli, il catering;  soppesa il numero degli invitati che sua moglie Miranda, rampante imprenditrice di prodotti naturali, ha inserito nella lista. Siamo a Londra, è il 1998. Sam, figliastra nata da una sbadataggine giovanile di Miranda, sta tornando dall’Università proprio per questa ricorrenza, mentre la madre è fuori per comprare pacchetti, pacchettini, rotoli di nastro adesivo e coccardine colorate. È una famiglia normale, discretamente agiata per non dire borghese, almeno così dà l’impressione di essere a parte i soliti alti e bassi che appartengono fisiologicamente a tutti i nuclei familiari, le incrinature che possono verificarsi naturalmente in una coppia ed il gap generazionale tra genitori e figli. Una famiglia normale. L’apparenza però è altra cosa dalla realtà, almeno dal punto di vista di Michael, che non si chiama effettivamente Michael e quello non è il giorno del suo compleanno. Ci ha messo trenta anni a costruirsi faticosamente questa sorta di vita paravento per sfuggire ad un passato torbido e scomodo. Dovrebbe dire che nella sua gioventù sessantottina è passato dalle manifestazioni pacifiche per il Vietnam e contro l’energia nucleare al terrorismo fatto di morti e bombe, preparazioni militari e occupazioni, pestaggi, acidi e scopate fomentando la rossa primavera. Ci pensa Miles, vecchio compagno di lotta, giornalista di quelli che spulciano nel passato di qualcuno per minarne il presente e possibilmente il futuro a rinfrescargli la memoria a parargli davanti trascorsi che Michael voleva sotterrare per sempre. E ci pensa anche una silhouette alta e longilinea che, in una vacanza tregua in piccolo paesino della Francia, con Miranda, Michael, che non si chiama Michael ma Chris, Chris Carver, crede di identificare con Anna, rivoluzionaria bella, appassionata e crudele, che però è morta durante un assalto terroristico in un’ambasciata. Fantasmi che si rincorrono e che ritornano, apparizioni estemporanee, illusioni ottiche, una vita di plastica messa alle strette da una rivoluzione miseramente fallita e che però allora si credeva a portata di mano. Fuggire, fuggire e ancora fuggire. Verso la Francia, verso Parigi. Michael ritorna Chris con tutto il carico di angoscia che questo comporta, buttarsi dentro la propria vecchia pelle perché a questo punto fuggire si, ma non da tutti. C’è Miranda, c’è Sam, c’è la libreria polverosa di God presso la quale di tanto in tanto lavora. Come metterla con questa esistenza presente; come metterla con loro?...
Sogni infranti, vite spezzate, camuffate ed ingoiate nel nulla. Chi ha creduto in quella stagione poi ha preso due o tre strade diverse: morto, rassegnato, kafkianamente metamorfizzato. Per ricrearsi una verginità che non puzzi di benzina in tanti si rifugiano in quel sistema borghese che avevano duramente combattuto. I più romantici vivono nell’eterno rammarico di un’occasione sfumata e nella consapevolezza di un’utopia gigantesca e maligna. In questa consapevolezza matura il senso profondo del fallimento ed un progressivo sgretolamento della propria esistenza, degli affetti che tengono su con lo sputo e si fa sempre più pesante il peso di segreti che, ossessivamente nascosti, ti rendono privo di un passato e fanno del tuo presente un piatto insapore. Questo di Kunzru non è soltanto un romanzo sul fallimento individuale di un rivoluzionario (terrorista) che ha dovuto cambiare identità e in questo percorso di rinascita anagrafica ha seguito tutto l’iter tipico degli hippy post-sessantottini (Tibet ed Afghanistan compresi). È un de profundis impietoso sul misero crollo di ideali nobili affogati in un estremismo sanguinario ed inconcludente, il tramonto nostalgico di vite annacquate nella frenesia agiata della società contemporanea e nichilista. Un intreccio appassionato e mai di parte. Tutto sommato chi abbia vinto o perso a Kunzru non interessa tanto, quanto piuttosto fotografare con precisione chirurgica quegli anni attraverso gli occhi (non i suoi, dell’autore) di chi li ha vissuti con intensità devastante e che volente o nolente li ha anche subiti. La ricchezza e la poetica (rivoluzionaria anch’essa perché cruda fino al fastidio) vanno però sciogliendosi man mano che si arriva alla fine, proprio quando la lirica dovrebbe farsi più alta ed il senso più profondo. Insomma, pare che Kunzru si perda sul più bello, sull’epilogo che resta sospeso e con lui anche il lettore che se non fosse per un punto fermo e le pagine vuote che seguono potrebbe pensare di aver acquistato una copia male impaginata. Insomma, peccato che alla fine dopo tanto arrovellarsi sulla vita di Michael ed il futuro di Chris si resti impantanati nelle miriadi di rotatorie parigine senza sapere che direzione pigliare.

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