Le mille luci di New York

Le mille luci di New York
Manhattan, anni Ottanta. Il protagonista è in un nightclub dove non ci si aspetterebbe di trovarlo a una certa ora del mattino, appoggiato a una colonna, di fronte a una ragazza calva con una cicatrice tatuata sulla testa, la cui voce gli ricorda l’inno del New Jersey suonato con un rasoio elettrico. E' strafatto di cocaina e si sta mettendo alla prova, sperimenta la ricerca del limite, si vede un po’ così: “Stasera sei una repubblica di voci. Purtroppo, la repubblica è l’Italia. Tutte quelle voci agitano le braccia e si insultano. C’è un messaggio ex cathedra, direttamente dal Vaticano: Pentiti. Il corpo è il tempio del Signore e tu l’hai profanato. Dopotutto è domenica mattina, e finché ti rimarrà una cellula cerebrale intatta, nella tua testa risuonerà una voce patriarcale, echeggiante dalle volte marmoree della tua infanzia religiosa, a ricordarti che questo è il Giorno del Signore.” Un giorno che non andrebbe proprio impostato - fin dalle prime ore - così come sta partendo. Ma pochi mesi prima la sua bellissima moglie di Kansas City lo ha lasciato con una gelida telefonata nella quale annunciava che dopo le sfilate a Parigi non sarebbe tornata da lui, e non si è ancora ripreso. Il giorno dopo la Piovra, cioè il suo capo nel Reparto Verifica dei Fatti di una nota rivista per la quale lavora, gli chiede il pezzo sulle elezioni francesi, le cui bozze sono ridotte in uno stato pietoso, e così comincia anche il tracollo professionale. O meglio, perde il lavoro...
Il romanzo d’esordio di Jay McInerney è il bellissimo racconto del dolore causato da un abbandono amoroso. Per accettarlo, il protagonista – così depresso da non avere neanche un nome – ritorna sui momenti più importanti della relazione finita all’improvviso, su uno sfondo vitale e palpitante come quello di NYC negli anni Ottanta (dentro e fuori dai grattacieli), magari passando sotto alle finestre della casa in cui hanno abitato insieme, o perché riconosce il corpo della moglie in un manichino con lo sguardo vacuo e la bocca tesa per modellare il quale Amanda (questo il suo significativo nome) è rimasta un’ora e mezzo ricoperta di lattice respirando grazie a due cannucce, pochi giorni prima di partire e andarsene per sempre. Che emerga un’altra verità in fondo alla storia è un particolare insignificante, che nulla toglie né aggiunge a una narrazione travolgente, densa di suggestioni, spunti e idee coraggiose. La lucida descrizione del desiderio soddisfatto di cocaina, l’ironia verso le mille luci della città, e lo stile concitato della scrittura, rendono memorabili molti passaggi di questo romanzo senza lieto fine -l’immagine delle Torri Gemelle nell’ultima scena è il colpo di grazia - dal quale è stato tratto un film assai meno brillante nel 1988.

 

 

 
 
 
 
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