Le montagne della follia

Anni ’30. Il geologo William Dyer, professore alla Miskatonic University di Arkham, vuole impedire a tutti i costi la partenza di una spedizione di esplorazione del Polo Sud, che si sta allestendo in pompa magna. Il motivo è semplice, per quanto incredibile: Dyer è uno dei pochi superstiti di una precedente spedizione, quella guidata dal professor Lake, che ha rinvenuto incredibili rovine di età pre-umana su un altopiano circondato da altissime montagne nell’entroterra dell’Antartide. Dyer e i suoi compagni hanno riferito al pubblico una versione pesantemente censurata di ciò che hanno scoperto durante quella spaventosa esperienza, ma questa scelta si è rivelata un’arma a doppio taglio, perché in questo modo hanno finito per stimolare una enorme curiosità nei colleghi scienziati senza spaventarli abbastanza da tenersi al largo da quelle che la spedizione Lake ha battezzato “le Montagne della Follia”. Dyer allora gioca un’ultima carta e con una mossa disperata in un memoriale racconta finalmente tutta la verità, sperando così di dissuadere i membri della nuova spedizione dal partire verso il Polo Sud. Dopo un viaggio e una prima parte della missione del tutto tranquilli, i ricercatori guidati da Lake si erano inoltrati nel territorio inesplorato del continente antartico grazie a degli aeroplani smontabili. Un gruppo si era spinto più all’interno, scoprendo una spettacolare catena montuosa, molto probabilmente la più alta del pianeta. In una caverna alle sue pendici, gli esploratori avevano rinvenuto i resti congelati di quattordici esemplari di una specie animale sconosciuta, sei con gravi mutilazioni e otto in perfette condizioni. L’autopsia di uno degli organismi aveva portato a scoperte biologiche incredibili, ma subito dopo il gruppo di cui faceva parte Dyer – rimasto più indietro – aveva perso ogni contatto con l’avanguardia di Lake. Si era dunque deciso di puntare alla misteriosa catena montuosa per soccorrere i colleghi…

Prendete l’impostazione narrativa di Alien di Ridley Scott e le atmosfere “polari” de La Cosa di John Carpenter, aggiungete un pizzico di Jules Verne e di Edgar Rice Burroughs e una generosa dose del Gordon Pym di Edgar Allan Poe (“Tekeli-li! Tekeli-li!”), mescolate tutto e filtrate con uno stile ultrapomposo, immaginifico, pedante, agli antipodi (ai poli?) del paradigma “show, don’t tell!”. Una shackerata et voilà, ecco pronto da gustare il romanzo breve Le montagne della follia, opera dal fascino insuperabile malgrado le sue palesi imperfezioni. Scritto nel 1931 per la rivista “Weird Tales” ma rifiutato dal direttore Farnsworth Wright perché “troppo lungo” (giudizio che offese profondamente l’autore, convinto di aver scritto il suo capolavoro), fu accettato cinque anni dopo da “Astounding Stories” e pubblicato in tre parti (perché “troppo lungo”, di nuovo) tra febbraio e aprile 1936. Howard P. Lovecraft ricevette 315 dollari come compenso, il suo personale record della carriera, ma dovette subire a sua insaputa un editing feroce, che alterò profondamente la storia. Letteralmente infuriato, Lovecraft definì il direttore della rivista, F. Orlin Tremaine, “maledetto sterco di iena”, e corresse a mano le sue copie di “Astounding Stories”: una vera fortuna, perché è proprio su quelle annotazioni vergate con rabbia che si è basata la prima edizione in volume de Le montagne della follia, targata Arkham House. Edizione comunque piena di refusi ed omissis, che solo nel 1985 sono stati definitivamente corretti. È proprio questa edizione filologicamente corretta e completa che Il Saggiatore riporta in libreria, con la rispettosa traduzione di Andrea Morstabilini. Un’occasione imperdibile per assaporare un’avventura visionaria e inquietante che funzionerebbe anche molto sul grande schermo, anche se le case di produzione sembrano non essere affatto d’accordo: il regista Guillermo Del Toro infatti cerca di trarre un film dal racconto di Lovecraft da anni ma non riesce a trovare finanziatori.



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