Le ossa del Gabibbo

Le ossa del gabibbo
“Chissà se al decesso netto di Picozzi mi sarei abituata meglio che al suo lento e irreversibile rimpiccoglionimento”. È la figlia, di passaggio nella vecchia casa dei nonni in Umbria, a proferire questo paradossale dilemma. Picozzi, sua mamma, dorme, oramai inchiodata in un letto e lei nel guardarla finalmente riposare dopo mesi di girovagare per ospedali non può fare a meno di ricordare quando tutto quello, quasi vent'anni prima, ha avuto inizio. Si rivede così su quel palco impolverato in Piazza del Duomo a Spoleto. Ha poco più di nove anni e ha appena preso la parola per leggere il messaggio del sindaco sulla guerra nell'ex Jugoslavia che precederà il concerto di chiusura del Festival. Ed è lì, proprio mentre le oltre duemila persone assiepate la sommergono con un applauso di benvenuto, che lei la vede. Picozzi è seduta sul prato del terrazzino dei frati accanto a suo papà (in quel periodo impegnato con la sua ditta a restaurare gli affreschi di Filippo Lippi all'interno del Duomo) e indossa una gonna gialla. E sotto la gonna le sue gambe in quel momento accavallate, le danno subito la spiacevole sensazione di una differente nuance. “[…] Quel giorno registrai le gambe di mia madre come le uniche gambe malate della fila.” Eppure all'epoca Picozzi soffriva solo di un leggero fastidio al ginocchio. Ma durante una gita a Monteluco, la bimba sente per la prima volta aleggiare sulla sua testa quella terribile e fatidica parola. Succede infatti che la sua amichetta di scuola Loretta, approfittando di una pausa che la donna fa dal benzinaio, nel vederla rientrare in macchina, con l'incoscienza impertinente della fanciullezza le chiede a bruciapelo: “Perché zoppichi? Sei malata?”. Picozzi prontamente le risponde a tono, dicendole che si è solo operata al ginocchio e che presto guarirà. Ma la bambina dopo aver preso un opuscolo dall'auto la incalza. “Allora signora, già che ci siamo, ti posso fare un'altra domanda? […] Perché qui, su quest'opuscoletto, c'è scritto. SCLEROSI MULTIPLA È ANCHE STITICHEZZA?”...
Ci sono molti modi di raccontare una malattia devastante come la sclerosi multipla, sopratutto se questa ti riguarda da vicino. E certamente Virginia Virilli ha scelto il meno retorico e vittimistico possibile. La giovane attrice e autrice spoletina si fa interprete questa volta su carta di una battaglia feroce e totalizzante che non ammette sconti, quella con la sclerosi multipla. E lo fa con una scrittura ironica e dissacrante, capace attraverso tre tappe di crescita della voce narrante, di raccontare le speculari tappe della via crucis che Picozzi, sua madre, è costretta via via a subire. Così con gli occhi della bambina prima, dell'adolescente dopo e della donna poi, Virilli esplora sì l'evoluzione di un male devastante sia per chi lo vive sulla propria pelle che per chi è costretto inerme ad osservarlo dall'esterno, ma anche e sopratutto il mutamento in positivo che proprio una malattia così impattante è capace di generare su ogni componente della famiglia. Perchè questo si badi bene non è un piagnisteo sulla malattia e sul dolore. Questa è sopratutto una storia sulla potenza della vita. La vita parallela che intreccia i destini di una madre e di una figlia, la vita di una donna in divenire costretta a crescere suo malgrado con uno spettro nero dentro casa e dentro di sé la vita, o meglio la vitalità di una donna forte e tenace, capace di respingere il male sempre, non rassegnandosi mai ad esso, nemmeno quando questo ti ha completamente sconfitta. E attorno a questi caratteri la Virilli dipinge un'Italia, quella della provincia, con le sue morbose ambiguità, con i suoi voujeurismi, con le sue contraddizioni, ma anche con la forza ineguagliabile della solidarietà.

Leggi l'intervista a Virginia Virilli

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