Le pareti della solitudine

Le pareti della solitudine
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La mia camera è un baule dove ripongo le mie economie e la mia solitudine, dove lascio il mio sesso quando esco per andare in fabbrica; il baule è il mio mondo, un piccolo mondo spoglio dove mangio, urlo, parlo con me stesso in totale solitudine: una coperta stropicciata, la voce di una donna, il sesso che mi si inarca. Ho ventisei anni e sto morendo di solitudine. La mia mano calda è una figa ma non lo è, le immagini che cavalcano nel mio cervello stanco, la schiuma che erompe dal mio sesso porta via il dolore. Le memorie si accavallano: un ulivo che aspetta, il passato e il presente le mietiture e i camion che portano via i sacchi, la straniera incontrata nella metro, la sua voce gutturale. Poi perdo la mia solitudine, perdo il mio baule, mi spostano in un caseggiato gabbia con centinaia di altri disperati. Quattro letti per stanza, un luogo dove la mia solitudine popolata delle mie poche cose, un pezzo di sapone, una corda da bucato, un pettine, ne incontra altre e insieme incontrano divieti: di farsi da mangiare in camera, di cantare, di sgozzare montoni, di masturbarsi e poi seguono divieti di ammalarsi, di rompere i vetri… e ancora e ancora. Solo una cosa non possono vietare: i ricordi! Il ricordo ad esempio di come si fa l’amore, anche se qui costa 50 franchi, il ricordo di corpi che si strusciano in preda a un bisogno frenetico, il ricordo del desiderio, quello che io svuoto in una donna di Barbés, a cui sento di dover scrivere una bellissima lettera. Ho ventisei anni e sto morendo di illusioni mentre il mio Paese, mi dicono, si dà ai turisti; ho ventisei anni e vivo di illusioni; passo il mio tempo da sveglio a cercare di fare piani contro la follia, a erigere barriere che il suicidio non possa superare…

“Sono venuto nel tuo paese con il cuore in mano, espulso dal mio, un po’ volontariamente e molto per bisogno. Sono venuto, siamo venuti per guadagnarci da vivere, per salvaguardare la nostra morte, guadagnare il futuro dei nostri figli, l’avvenire dei nostri anni già stanchi, guadagnarci una posterità che non ci faccia vergognare. Il tuo paese non lo conoscevo. È un’immagine, una tazza d’incenso, un miraggio, credo, ma senza sole”. Nel 1975, in Francia gli immigrati erano considerati una sorta di astrazione, una massa indistinta di persone che lavoravano nei cantieri, nelle fabbriche, invisibili il resto del tempo. Erano per lo più uomini maghrebini, soffrivano di depressione e una conseguenza era l’impotenza sessuale. Si rivolgevano a un consultorio dove il dottorando Tahar Ben Jelloun preparava una tesi di psicologia applicata e parlava nella loro lingua. Li ascoltava. Quella tesi e quelle conversazioni hanno prodotto un serio lavoro scientifico, ma, all’autore non bastava. Ha creato il personaggio di Mômo ed ha affidato a lui, attraverso l’inarrestabile flusso di coscienza de Le pareti della solitudine, l’espressione del dolore e della solitudine di tutti gli altri, dei mille che non hanno volto ma hanno in comune la disperazione che si riverbera sulle pareti umide delle loro stanze-baule senza raggiungere la città indifferente e ignara. Quello che attrae Tahar Ben Jelloun è proprio la gestione di questa solitudine, delle pulsioni erotiche, del desiderio e della frustrazione da parte di questi uomini che erano stati cresciuti come francesi ma che nessuno in Francia era disposto a riconoscere come tali. L’autore cerca l’archetipo, l’uomo solo, si immerge nella sua vita, dà voce ai suoi ricordi. Il suo Mômo è il nucleo iniziale, quello da cui si sono sviluppate le periferie costituite da famiglie che i vari Mômo hanno creato con i ricongiungimenti e che l’avvento del Front National ha fatto diventare già dagli anni Novanta bersaglio dell’odio esibito senza più vergogna né remore. La solitudine è la sorte di tutti gli immigrati ma quando diventa isolamento si trasforma in depressione e negazione di sé, anche della propria sessualità ed è proprio attraverso la riaffermazione del desiderio e della sua espressione più fisica che Mômo tenta di dare valore alla sua vita nel baule. Questo libro è una preziosa opera di ricomposizione ragionata del pensiero, del linguaggio, del contesto socio-politico postcoloniale e degli umori europei in un momento storico in cui la crisi dell’integrazione (o mancata integrazione) non era ancora deflagrata, ma, le cui vibrazioni viaggiavano sotto la superficie e risuonavano nitide per quelli che erano disposti a porre l’orecchio a terra.



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