Le parole del giglio

Le parole del giglio
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Un giovane, appassionato di matematica, inventa un modello di poltrona pieghevole in grado di offrire comodità occupando pochissimo spazio. Un giorno, si trova a dover presentare, grazie all’intermediazione di un suo caro amico, la sua prodigiosa invenzione a un gruppo di milionari che inizialmente rimangono sbalorditi dall’invenzione. Ma sarà proprio l’amore per i calcoli del giovane studioso a determinare l’insuccesso della sua creazione… Un uomo nel cui corpo arde l’anima di Narciso, del dottor Faust e di Don Giovanni dopo aver letto, sognato e vissuto tutto, inizia a provare gioia solo nel giocare con le parole, riuscendo, così, ad incantare e a divertire i suoi spettatori, fino a che, ahimè, non è costretto ad iscriversi tra i Quaranta Immortali… Un talentuoso scultore si innamora perdutamente di una donna vecchia e brutta che lo tradisce con un musicista cieco. Sarà la scoperta del tradimento a far aprire gli occhi al nostro scultore... Brutta cosa nascere da una madre irlandese e da un padre inglese, soprattutto quando non si riesce a stabilire un corretto equilibrio tra le due parti e si finisce rinchiusi in una fredda stanza di un manicomio… Joe è un povero diavolo che vive di espedienti. Un giorno, essendo rimasto con le tasche vuote invita il suo caro e incredulo amico Tom nel ristorante più lussuoso di Londra per consumare una cena a base di ostriche. I soldi non costituiranno alcun problema se mangeranno tante ostriche fino a che non troveranno una perla con la quale pagare il conto. Ma le cose non vanno esattamente come Joe sperava…
Le parole del giglio è una raccolta di racconti, finora inediti, che risalgono agli anni tra il 1891 e il 1899, periodo nel quale Wilde soggiornò in Francia e che si sono conservati grazie alla trasmissione degli stessi da parte di Gide, Lorrain e altri amici dello scrittore. L’edizione Verbavolant - curata da Gianni Di Noto Ascenzo - ci offre anche, accanto alla versione in lingua italiana, anche quella originale in francese per assaporare meglio le parole con le quali Wilde incantava i suoi uditori senza farci fuorviare dai limiti, innegabili e immancabili, di ogni traduzione - per quanto curata. È così possibile apprezzare anche le imprecisioni e i refusi originali di Wilde, che pur amando la lingua d’Oltralpe e parlandola correntemente non era certo un madrelingua. Sono racconti simili a fiabe, con una morale sottesa, e chi ha già apprezzato le storie de Il principe felice e di Una casa di melograni qui potrà trovare le medesime atmosfere e lo stesso spirito distante, se vogliamo, dal freddo cinismo della sua opera più famosa, Il ritratto di Dorian Gray. Emerge chiaramente la voglia di raccontare e di conquistare dell’autore, la sua innata predisposizione alla conversazione e al racconto che ha sempre contraddistinto questo dandy eccentrico, amato, invidiato e al tempo stesso biasimato. Non è un caso che per Wilde la parola – orale, non scritta - fosse l’essenza stessa dell’esistenza, egli stesso affermò come per lui fosse impossibile non pensare in racconto, come per lo scultore è impossibile non pensare in marmo. Ed è una fortuna come le sue parole, che potevano perdersi nel corso degli anni siano state conservate da chi, attentamente, lo ascoltava.

 

 

 

 
 
 
 
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