Le parole tra noi leggere

Le parole tra noi leggere
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P. nasce a Cuneo nel 1933. Sua madre è la scrittrice Lalla Romano, suo padre è Innocenzo Monti, impiegato di banca. Sin dalla primissima infanzia P. manifesta un carattere difficile, ostile, “naturalmente scomodo e imbarazzante”. Sorretto da una logica eccezionale per un bambino della sua età e da una coscienza morale esasperata da una sensibilità fuori norma, P. ha grandi difficoltà nelle relazioni con gli altri che lo considerano spesso “cattivo”, di certo triste e poco incline alle relazioni sociali. Questa sua cupezza caratteriale si esaspera nel periodo della scuola primaria in cui il senso di inferiorità nei confronti dei suoi compagni lo spinge ad un’ulteriore chiusura che ha come risultato risultati scolastici disastrosi. A questa evidente inadeguatezza ad inserirsi in un contesto sociale strutturato, si accompagna di converso un’intelligenza superiore, quasi una genialità nel pensiero e nell’azione. Sua madre fatica a conciliare aspetti così diversi, alle volte diventa furiosa, si sforza di capirlo ma si arena di fronte ad atteggiamenti ostili e criptici che rasentano il disadattamento. Gli anni passano, arriva il tempo delle malattie immaginarie che sono un alibi perfetto per tenerlo lontano dalla quotidianità, P. matura piuttosto passioni sfrenate per la pittura, la scultura, la fotografia, persino la scrittura con risultati sbalorditivi. Ha un solo amico, Ugo Chiodoni, con cui impara a godersi la giovinezza ma a non rinunciare alle sue stranezze. Abbandona l’università soprattutto per noia e decide di diventare capostazione ma si arena di fronte al concorso di ammissione. Le noie e le seccature legate al lavoro, agli orari e alle responsabilità non gli appartengono, si lascia però convincere dal padre ad entrare in banca almeno per provare ad inventarsi un futuro. Ma anche questa sembra non essere la strada giusta, almeno fino al matrimonio che maturerà in lui nuove consapevolezze e lo costringerà a compromessi necessari…

Le parole tra noi leggere vince il Premio Strega nel 1969 e diventa in pochissimo tempo il libro più controverso e apprezzato di Lalla Romano, a cui costó quattro anni di lavoro e una valanga di critiche da parte di molti benpensanti che mal tolleravano un’analisi così spietata del rapporto madre/figlio. Nella realtà, come la stessa scrittrice ebbe modo di affermare poco dopo la pubblicazione, questo è un libro che nasce soprattutto dell'urgenza di riuscire a “ricomporre, così da poterlo leggere, un personaggio ermetico e perciò stesso emblematico”. Quel figlio così diverso da lei per inclinazioni, principi morali e apertura sul mondo diventa una spina dolorosa nel fianco, un mistero di difficile comprensione perché schiavo di un percorso in cui le affinità non esistono. P. è un forziere, inaccessibile e segreto persino a se stesso, forse “non abbastanza amato” e nemmeno compreso. “Tutto esprime la segretezza di lui, soprattutto il suo senso (bisogno?) di difesa, munita e ribadita. La sua forza e la sua paura”. Un essere così poco convenzionale non può essere quindi capito e accettato se di lui non si accettano alcune anomalie genetiche che non hanno a che fare con deficienze fisiche o intellettuali ma piuttosto con un progressivo scollamento dalla realtà che ne fa un disadattato, esposto per questo all’altrui dileggio, nella maggior parte dei casi, o all’altrui stupore. Il genio appare “carogna” per difesa, nel tentativo di obbedire a regole che non gli appartengono, nello sforzo, imposto dalle leggi sociali, di inserirsi in un contesto lavorativo, familiare e convenzionale di cui non condivide nulla. Sua madre lo ama ma riconosce di non possedere gli strumenti adatti per comprenderlo, la loro è una “guerra amorosa” fatta più di conflitti che di tenerezze e lo resterà fino alla fine. Infatti dopo la pubblicazione del libro, il figlio Piero, sentitosi violato e tradito nella rivelazione di tanti aspetti intimi della sua esistenza, decide di rompere per sempre i rapporti con la scrittrice. Una decisione drastica e definitiva che nasce dall’incapacità di capire che questa minuziosa opera di ricostruzione storica - che utilizza anche prove documentali come lettere, temi, scritti autografi - altro non è che una estrema, seppur controversa, dimostrazione di amore. Nell’indagine certosina che la Romano conduce emerge un ritratto duplice della madre e di suo figlio, un quadro dipinto con passione ma anche spietato nella sua lucidità. Può la ricerca della verità a distanza di tempo giustificare anche un uso strumentale dei ricordi? Il giudizio a distanza di anni resta ancora sospeso, il tema è delicato e a tal punto universale da toccare nervi scoperti in molti contesti familiari anche attuali. Resta inteso che la verità è scomoda e questo è un libro scomodo, politicamente scorretto e privo di filtri ma in tutto questo “scrupolo di autenticità” come lo definì Montale, trionfano uno stile impeccabile e una poesia sublime che fanno di quell’ amore “doloroso”, eppure così irrinunciabile, una delle produzioni più coraggiose della letteratura italiana del Novecento.



 

 

 
 
 
 

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