Le pecore e il pastore

Le pecore e il pastore
9 luglio 1945, santuario della Quisquina, 1000 metri circa a picco su Palermo. Il vescovo di Agrigento Giovanni Battista Peruzzo, fervente anticomunista e nostalgico del regime fascista appena caduto (ma anche appassionato difensore dei contadini e dei poveri), è nell'eremo per un periodo di riposo e per verificare l'andamento dell'opera di moralizzazione della struttura alla quale ha dato personalmente impulso da qualche tempo. Durante una passeggiata serale con l'anziano padre Graceffa, Peruzzo viene colpito da due fucilate, una al polmone e una al braccio. Rantolante, l'alto prelato viene trascinato nel santuario. Qui gli vengono amministrati i sacramenti: la situazione pare disperata, e Peruzzo si rassegna ad attendere la morte. Arriva invece dopo qualche ora l'illustre chirurgo Raimondo Borsellino, genio del bisturi, che incredibilmente salva la vita al vescovo crivellato di colpi, che deve però affrontare una lunghissima convalescenza. Chi può aver voluto la morte di Giovanni Battista Peruzzo e perché? Mentre l'inchiesta faticosamente si avvia, nel monastero benedettino di Palma Montechiaro si consuma un incredibile vicenda di sacrificio e follia che porta alla morte di 10 giovani suore...
Pochi luoghi sono intrisi di sangue e mistero come la Quisquina. Qui nel 1150 si ritirò a vivere in eremitaggio una giovanissima rampolla della nobiltà siciliana, Rosalia Sinibaldi, morta e dimenticata dopo 16 anni di solitudine. Qui la picciotta (o perlomeno il suo fantasma) riapparve nel 1624, per chiedere una degna sepoltura in cambio della fine dell'epidemia di peste che stava distruggendo Palermo, diventando a furor di popolo santa Rosalia, protettrice della città. Qui nel 1690 un ricco commerciante di Genova, Francesco Scassi, si ritirò a vivere un'esistenza di preghiera e povertà assieme a dei compagni con i quali fondò uno strano ordine monastico senza regole che da subito suscitò la più viva preoccupazione nelle gerarchie ecclesiastiche. Qui fu fondato un santuario nel quale si ritirava chiunque aveva problemi con la legge e voleva 'ripulire' la sua anima. Qui nel 1922 fu scannato il frate superiore Frà Bernardo, e negli anni successivi, man mano che i cordoni della borsa del Vaticano si stringevano, si approfondivano i rapporti con la Mafia, che trovava molto utile avere a disposizione un luogo sicuro, un porto franco per latitanti. Qui, infine, fu il teatro dell'attentato al vescovo di Agrigento Giovanni Battista Peruzzo che è lo spunto dal quale parte l'affabulatore Camilleri per deliziarci con poco più di un centinaio di pagine zeppe come di consueto di chicche storiche, delizie dialettali e fini cesellature. La voglia di indagare su questo strano luogo sospeso tra santità e turpitudine è venuta all'autore di Porto Empedocle dopo essersi imbattuto in un frammento breve ma capace di dare le vertigini: "Non sarebbe il caso di dirglielo, ma glielo diciamo per fargli ubbidienza [...] Quando Vostra Eccellenza ricevette quella fucilata e stava in fin di vita, questa comunità offrì la vita di dieci monache per salvare la vita del pastore. Il Signore accettò l'offerta e il cambio: dieci monache, le più giovani, lasciarono la vita per prolungare quella del loro beneamato pastore". (16 agosto 1956, lettera dell'Abadessa sr. Enrichetta Fanara del monastero benedettino di Palma Montechiaro al vescovo di Agrigento Giovanni Battista Peruzzo). L'immagine di queste povere ragazze lasciate (fatte?) morire di fame e di sete per salvare la vita di un anziano vescovo è apocalittica, quasi insostenibile, esteticamente travolgente. E Camilleri non se la fa scappare, facendone il centro di gravità di un racconto metà romanzo metà saggio che attraversa 800 anni di storia nel soffio di un battito di cuore.

Leggi l'intervista a Andrea Camilleri

 

 

 

 
 
 
 
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