Le pratiche del disgusto

Le pratiche del disgusto
Un quarantenne che vive da sempre in provincia di Modena s’interroga su questioni e avvenimenti collocati in un tempo diverso dal suo. Per esempio sui motivi e la casualità dell’amicizia: lui e Michele sarebbero mai stati amici se non avessero abitato nello stesso quartiere? Perché sono diventati amici? O sull’ignoranza di certe persone, come la fidanzata e poi moglie di Michele, che influenza il suo amico tanto da cambiarne e peggiorarne il carattere. La cretineria della moglie di Michele, che si distingue anche per un paio di tette sempre in vista, è il pretesto per denunciare che in giro c’è troppa gente convinta di pensare benché non produca né mai produrrà idee o concetti, insomma il cui cervello “sta a bagno in una specie di clima di finzione generale (…) forse oggi o forse quindicimila anni fa, si deve essere staccato questo sottogenere della specie umana che non è più semplicemente umano quanto piuttosto maial-umano”.
Esaurito l’attacco ai pensieri bislacchi della moglie di Michele, il cui ricordo ritorna periodicamente nel testo ad alimentare le “pratiche del disgusto” che dànno il titolo al volume, il soggetto si lascia andare a considerazioni sulla falsità di ogni cosa, dall’eccellenza della cucina francese, al suo usare il dialetto pur non conoscendolo. Ma questa denuncia, che si esprime con una scrittura colloquiale, vivace e a flusso continuo che ambisce a essere un’invettiva, forse perché limitata dalla prospettiva individuale dell’io narrante e dal contesto provinciale in cui nasce, assume piuttosto i toni di uno sfogo personale. Che l’agricoltura, come la maggior parte delle attività lavorative dell’uomo, sia cambiata nel corso degli ultimi cent’anni, è un fatto: ma mettere in bocca al protagonista di quella che vuole essere una requisitoria che per tale cambiamento il mestiere di arare i campi non esiste più, e i contadini di oggi sono attori di una grande finzione, indebolisce lo stesso protagonista e tutto ciò che dice, già complesso di per sé. Così come altri temi che tratta, per esempio il fatto che la domenica non sia più “una vera giornata” ma “una galera”, e in generale il tono e gli insulti di cui il personaggio di Cornia ricopre gli stupidi (“merde”) sono tanto poveri da lasciare il tempo che trovano nel lettore. Per la cronaca, Ugo Cornia è uno degli insegnanti della più famosa e potente scuola di scrittura in Italia, la Holden di Torino fondata da Alessandro Baricco.

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