Le prede

Le prede. Nell'harem di Gheddafi
La Guida – Muammar Gheddafi – avrebbe visitato la sua scuola a Sirte. Che onore, pensa ingenuamente Soraya, che onore poter vedere da vicino il grande leader, poterlo salutare. È stata predisposta una solenne cerimonia di benvenuto e per l'occasione alcune ragazze gli porgeranno dei fiori in segno di accoglienza e di rispetto. Per Soraya è difficile credere di essere stata scelta. Proprio lei, una libica di madre tunisina, quotidianamente vessata ed umiliata perchè “mezzosangue”. Emarginata dalle compagne, trattata con diffidenza dai professori che invece con l'arrivo della Guida si mostrano stranamente affettuosi, coprendola di attenzioni e privilegi. Torna a casa felice, lo annuncia alla sua famiglia piena di speranza per il futuro, speciale per la prima volta nei suoi quindici anni di vita. Perché, allora, i suoi genitori reagiscono cosi tiepidamente, di cosa sono preoccupati? Conosce l'antipatia di sua madre per la Guida, ma com'è possibile non amarlo quando un intero popolo lo ama? Quel giorno mentre Soraya si inchina e bacia la mano di Gheddafi, queste domande sono lontane. Quel giorno quello che conta è esserci, poter raccontare che le ha sorriso mentre le accarezzava i capelli. Non sa, non può sapere che da quel giorno per lei non ci sarebbe stato più ritorno...
Il 20 ottobre 2011 Muammar Gheddafi muore trucidato dai ribelli e Soraya è lì, insieme alle centinaia di donne che da silenti fantasmi hanno contribuito alla caduta del regime. Donne che non avranno mai un riconoscimento pubblico per i rischi che hanno corso, per l'aiuto che hanno fornito, per le loro personali e tragiche storie. Accomunate tutte da un identico destino di soprusi e violenze. E per breve fulmineo attimo Soraya pensa di aver avuto la sua rivincita. Ma quello che prova non è sollievo, piuttosto amarezza.  La morte è una fine troppo onorevole per un uomo come lui, un mezzo fin troppo comodo per uscire dalla scena e portare con sé tutti i crimini che indisturbato ha perpetrato per decenni ai danni del suo popolo e soprattutto delle donne libiche. In uno stato in cui la legge vieta i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio e punisce le peccatrici detenendole in istituiti correzionali, perdere la verginità, seppure a causa di uno stupro, è comunque considerato un crimine di cui la donna deve pagare il prezzo: umiliata prima, cacciata ed isolata poi, relegata ad uno stato tale di indesiderata che la morte - spesso per mano di un fratello o di un padre - diventa l'unica libertà possibile. Mentre, infatti, si glorificano i martiri della nuova rivoluzione e si parla dei crimini di guerra commessi da Gheddafi, non una parola viene spesa in invece sulle prede, su tutte quelle donne come Soraya che hanno visto la loro vita andare in pezzi nell'attimo stesso in cui sono state notate. Rapite, segregate, picchiate e costrette a soddisfare i più infimi desideri sessuali del dittatore. Oggetti nelle mani di un folle, ossessionato dal sesso e tanto potente da tenere in scacco un'intera nazione per quarantadue anni. Un processo pubblico  renderebbe giustizia di tanto dolore ma in questo i nuovi non sono diversi dai vecchi carnefici perché il velo su queste violenze non deve essere sollevato. La nuova Libia finisce tristemente per rimanere fin troppo fedele a se stessa. La storia di Soraya, però, merita di essere raccontata e letta per quello che è, senza modifiche né censure, dalla viva voce di chi ha subito l'orrore e che a soli ventidue anni trova la forza di lottare perché non si ripeta. A tale scopo Annick Cojean sceglie di  non edulcorare o tagliare nulla della testimonianza di Soraya per restituirci un ritratto fedele e spesso molto difficile da digerire della realtà degli harem di Gheddafi. Ci svela brutalmente quello che si celava dietro le porte ben protette di Bab-al-Azizia, l'oasi-regno fortificata residenza ufficiale del dittatore. Demolisce l'immagine patinata delle “amazzoni”, le sue guardie personali, usate sia internamente che a livello internazionale per mostrare la sua battaglia in favore dell'affrancamento delle donne, tanto convinto della loro uguaglianza agli uomini da affidargli la sua stessa vita. Questo almeno era il messaggio che passava nei media internazionali. L'uomo giusto, la Guida, appunto, in grado di affascinare le masse e di affabulare. Perché di favole si trattava quando parlava di donne soldato o di emancipazione. Tutte quelle donne, o quantomeno la maggior parte di esse non erano veri soldati, non avevano mai frequentato l'Accademia militare femminile e se lo avevano fatto la loro bellezza ne aveva comunque decretato la schiavitù sessuale a Bab-al-Azizia. Quasi tutte  prelevate ancora minorenni e stuprate per anni, imprigionate in un sistema di connivenze e complicità che gli impediva di fuggire o che qualora fossero riuscite gli avrebbe comunque reso la vita impossibile. È coraggiosa la Cojean quando decide di scontrarsi con l'omertà di un popolo e di accogliere il grido di aiuto di Soraya. L'effetto è quello di un colpo allo stomaco. Ti costringe ad aprire gli occhi ed a constatare con rabbia quanto i diritti delle donne siano ben lontani dall'essere effettivamente riconosciuti. Davvero un ottimo esempio di giornalismo d'inchiesta.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER