Le quattro ragazze Wieselberger

Le quattro ragazze Wieselberger

Trieste, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del secolo successivo. In casa Wieselberger nascono quattro figlie femmine. Le prime tre, Alice, Alba e Adele, tutte con la “a” come iniziale del nome, anche se nessuno ne ha mai spiegato il motivo, l’ultima, Elsa, deve invece il nome all’eroina dell’opera romantica Lohengrin di Richard Wagner, alla cui prima il signor Wieselberger, maestro di musica, rimase letteralmente folgorato. Una famiglia benestante, la loro, anche se, nata Elsa, il padre dichiara: “Quattro figlie! Non possiamo abituarle con cocchiere e cavalli che aspettano al portone!”. Più un fatto educativo che di reale necessità, perché lo status della famiglia non lascia spazio ai dubbi: una casa a Trieste (città che ancora non fa parte dell’Italia) e una villa in campagna per l’estate, entrambe arredate di tutto punto e ricolme di ogni ben di Dio, con personale di servizio fisso che comprende addirittura una sarta per i vestiti e i corredi delle ragazze e che si occupa anche degli acquisti di pizzi, nastri, fodere e bottoni. Delle quattro signorine Wieselberger, Alba è un po’ scorbutica (resterà zitella), mentre Adele oltre a essere bellissima, conquista tutti per i modi, tanto che la sua morte prematura, a 27 anni, lascia nello sconforto più totale non solo la famiglia. Alice si sposa presto, mentre Elsa abbandona una carriera da cantante di successo per sposare un ufficiale...

Non solo le quattro ragazze, ma forse più che altro la storia è di Elsa Wieselberger, mamma dell’autrice, attraverso quattro generazioni (dai genitori ai nipoti). Tracciare la storia della propria famiglia non è sempre facile, ma la Cialente ha potuto contare su alcune “pezze d’appoggio” avute in eredità e tenute da parte con cura dalla madre, per certi versi anche una validissima narratrice. Autografi, lettere, dediche e non solo, spesso non hanno un’interpretazione chiara, ma mettono in evidenza le alte frequentazioni di casa Wieselberger, da Puccini a Giulio Ricordi, da Arrigo Boito a Giuseppe Verdi. Ultima delle quattro ragazze, attraverso i suoi occhi si conoscono le vicissitudini delle altre, mentre nello sfondo c’è l’Italia a cavallo di due secoli e poi delle due guerre mondiali. Un romanzo ‒ vincitore del Premio Strega nel 1976 ‒ intriso di musica, quella colta, ma anche di storia sociale e una lente di ingrandimento sulla miopia della classe borghese di allora che non comprende il momento che sta vivendo. C’è qualcosa di molto attuale nell’odio verso gli altri che si respirava nella Trieste di quegli anni e che viene descritto con molta attenzione da Fausta Cialente. Una forma di razzismo per niente diversa da quella che circola da sempre tra “diversi” (a volte solo per la provenienza da città differenti, non soltanto per razza, religione o civiltà). Si pone l’attenzione anche sulla condizione della donna, spesso costretta a rinunciare alla propria carriera per matrimoni che poi si devono tenere insieme in nome dei figli, pur se con mariti troppo libertini, che meriterebbero ben altri trattamenti.



 

 

 

 
 
 
 

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