Le ragazze di Bombay

“Flotta da pesca”: era questo il nome dato al folto stuolo di ragazze nubili e disponibili imbarcate, già dalla fine del’700 e fino al 1947, sulle navi mercantili che facevano la spola tra la Gran Bretagna e l’India; le imbarcazioni rifornivano di sete, spezie, oggetti esotici e materie prime la madre patria e, di ritorno verso le terre d’Oriente, portavano prodotti lavorati e un carico di papabili spose inglesi per i funzionari e i soldati britannici di stanza nel sub-continente asiatico. Qui, infatti, la Compagnia delle Indie Orientali stava consolidando i suoi traffici commerciali: in un primo momento, era la stessa Compagnia a pagare il passaggio in India alle donne interessate e a garantir loro il sostentamento per un anno, nel corso del quale, secondo gli accordi, bisognava contrarre matrimonio, pena l’umiliante rientro in patria come “vuoto a rendere”. E se in Inghilterra, a quei tempi, trovare marito ed una buona sistemazione era non di rado un’impresa impossibile per i preoccupati padri di numerosa prole femminile, ovvero, per le ragazze senza arte né parte, senza dote né virtù, in India, il rapporto donne/uomini, pari a 1 su 4, assicurava elevate percentuali di successo nell’annientare lo spettro dello zitellaggio e della povertà. “Si trattava di un’epoca in cui per la donna il matrimonio era una meta ambitissima, l’unica in grado di darle posizione sociale, sicurezza finanziaria, figli, una casa e una vita piacevole tra gente di pari condizione. Senza matrimonio la vita di una donna e le sue prospettive per il futuro erano ben misere”. Con la costituzione nel 1858 del Raj, l’impero anglo indiano supportato dalla rigida ossatura amministrativa dell’Indian Civil Service (ICS - la pubblica amministrazione inglese in India), il potere e la penetrazione degli inglesi in quelle terre erano al culmine, ma contemporaneamente si rafforzò l’idea che gli inglesi nati in India – quand’anche fossero di puro sangue inglese – appartenessero ad un rango inferiore rispetto a quello degli inglesi nati in patria. Ecco perché nella flotta da pesca, nel corso dell’800, non si trovavano più le donne pagate dalla Compagnia delle Indie Orientali, ma erano presenti almeno tre tipologie di donne da marito: c’erano le figlie di funzionari del Raj di ritorno in India per ricongiungersi con le proprie famiglie, dopo avere completato gli studi nella madre patria; altre erano state invitate da sorelle, cugine, zie o amiche i cui mariti lavorano o erano di guarnigione in India, per “goderne la vivace vita sociale e l’atmosfera straordinaria e magica, oppure, per trovare marito” e poi, c’erano le ragazze inviate in India dalle famiglie, nella speranza di dar loro una sistemazione impossibile da garantire in Inghilterra. Il viaggio lungo e periglioso, era un’avventura per i mari, un susseguirsi di dure prove di resistenza: in balia di venti ora troppo calmi, ora tempestosi, con il rischio costante di soffrire di mal di mare, di dissenteria e di penuria d’acqua, senza contare il tanfo costante scatenato dalla lunga permanenza e dalla scarsità di acqua per lavarsi. Una volta arrivate a Bombay, a Calcutta o a Madras lo scenario “era abbagliante e familiare”, scrisse Iris James, una della flotta, “L’odore dei ceci bruciati e dei canali di scolo a cielo aperto, del sudore e delle spezie, ci arrivava alle narici portato dalla brezza tiepida. Il chiasso era assordante, la calca spintonava e strillava ma ai tempi dell’impero veniva sempre sgombrato un cammino per noi donne bianche e per i dalmata di mia madre”. Cosa le attendesse, una volte scese dalla nave, non era certo: un futuro di separazioni dai genitori e dai figli, di solitudine in piantagioni isolate dell’entroterra indiano, ma anche il coraggio di partorire da sole in un bungalow o di far fronte alle tante malattie infettive, agli insetti infestanti. “Per i nuovi arrivati era una terra talmente strana che l’unica cosa da fare era accettarla”. Ma di tutte le prove, la più ardua, era probabilmente sopravvivere all’asfissiante sistema gerarchico del Raj…
Sono tante le storie racchiuse nel lungo e approfondito racconto delle donne coraggiose o, forse, intrepide, che hanno scelto di diventare componenti della “flotta da pesca” e di cambiare definitivamente il corso della loro esistenza. Anne De Courcy – giornalista per oltre 20 anni del “Daily Mail”, scrittrice con la passione per le biografie – dà voce in modo autentico ad ogni racconto ritrovato nelle lettere, nei diari, nelle memorie e nei giornali d’epoca, spesso ottenuti dai discendenti delle ragazze della flotta da pesca. Riti, rituali, relazioni e protocolli vengono descritti attraverso le numerose citazioni originali, puntualizzati dalle tante note dell’autrice, che sembra divertirsi quando descrive nei più accattivanti dettagli le smanie delle ragazze in vista dell’approdo nel porto sicuro del matrimonio. Affascinante e repellente il mondo che ritrae con la precisione di un quadro di Bruegel; fortunatamente, un mondo perduto, in cui “il matrimonio, come disse Kipling, è più un affare di Stato” e il consiglio più assennato rivolto alle donne così ammoniva: “Se siete abbastanza sfortunate da essere nate intelligenti, per carità, siate brave a nasconderlo".

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER