Le rose di Atacama

Le rose di Atacama
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Ci sono storie che appartengono alle zone marginali dell’interesse umano. Sono fatte da uomini, uomini semplici; da quei tanti che per umiltà o consapevole scelta rimangono incastrati nel grande magma universale degli individui comuni. “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia” graffiavano mani anonime su una pietra nel campo di concentramento di Bergen Belsen. Per conto di chi parlava quel grido scalfito nella roccia? Parlava per sé, o per “tutti coloro che non vengono mai citati nei notiziari, che non hanno biografie, ma sono un labile passaggio per le strade della vita”? Dentro queste esistenze sconosciute c’è un uomo nella selva Aguaruna che prende i ramoscelli e li trasforma in barche e che conosce la natura, i suoi ritmi, le sincopi. Dentro c’è un tal Lucas che scappò dall’inferno della dittatura argentina per ricreare una parvenza di vita normale nell’impossibile freddo ghiacciato della Patagonia e porsi come missione di vita quella di salvare dalle motoseghe giapponesi il bosco della gente che viveva a sud del 42° parallelo. C’è, in questo corridoio scuro della vita, il dolce e saturo di dolore Professor Galvez, che va in Germania Ovest a seppellire un figlio scippato alle grinfie della dittatura e lì vi rimane perché il suo paese lo addita come terrorista. Un terrorista divorato dal rimpianto, che trova nella lingua la patria di ogni ispanohablante; un terrorista che sogna di essere nella sua aula ad insegnare ai suoi piccoli alunni e si sveglia con le dita tutte sporche di gesso. C’è il gemello Duarte, trapezista da circo a cui la dittatura ha scippato la sua metà: l’altro gemello che ora rivive nei suoi figli, trapezisti. Gemelli. I Duarte. Storia marginale è quella di Mister Simpah che ha lavorato una vita per comprarsi un piccolo angolo di paradiso, un pezzetto di spiaggia sul quale smonta navi in disarmo. Ad ognuna, accompagnandola alla morte, Mister Simpah racconta di tutti i porti che ha toccato, delle lingue che ha sentito parlare, di tutti i marinai che ha accompagnato. C’è la storia romantica di Klaus Störtebecker, il pirata dell’Elba che riscattava le ricchezze trasportate dalle navi destinate ai potentati della lega anseatica e proteggeva i marinai facendo patire ai loro ufficiali e comandati gli stessi castighi che essi stessi infliggevano alla ciurma. Ancora, c’è Tano, italiano che pensa di salire su una nave che lo porterà a “Broccolino”, e invece si ritrova in America Latina, tra l’Argentina e il Cile (perché l’America è grande, mica solo Broccolino), vivendo contento del fatto che quello che all’attimo sembrava un disguido ha costituito la fortuna della sua vita…
Piccole storie amabili e commoventi. Sinceramente umane e profonde. Sono parentesi che ci ricordano quanto la vita possa essere ricca anche se non è patinata e che l’umiltà, la dolcezza, la dedizione a una causa troverà sempre orecchie pronte ad ascoltare e mani leste a scrivere, soprattutto quando le mani e le orecchie sono quelle di Sepúlveda. Sempre così attento alla vita periferica del mondo, così indefessamente ostinato a raccontare degli uomini e delle donne che fanno questo mondo un posto un po' più bello nel quale vivere, nella raccolta Le rose di Atacama ci regala qualcosa che include sempre la sua esperienza politica condivisa con la sua generazione, ma va anche oltre, con storie semplici ("Mister Simpah", "Tano", "Cavatori"), romantiche ("Notte nella selva Aguaruna", "Il pirata dell’Elba"), struggenti ("Salute, professor Galvez!", "Il signor Nessuno", "Compa", "La voce del silenzio"). Un pezzo di mondo sommerso che si legge come se si sfogliasse un album di foto ricordo, in cui la propria famiglia è il mondo intero.

 

 

 
 
 
 
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