Le rughe del sorriso

Le rughe del sorriso
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Sì, la conoscevano in tanti a Spillace la nìvura sparita, quella col sorriso enigmatico che Carmine incontrava sul Corso ad ogni suo ritorno. Quella Sahra con la quale questa volta avrebbe voluto parlare più a lungo, magari per chiederle se avesse una sorella a Roma, o forse per capire cosa nascondesse quel sorriso. Testimone involontario di una sommossa in un quartiere della periferia romana in occasione di un’assegnazione di alloggi a famiglie africane, l’uomo rimane colpito da un sorriso che gli ricorda quello della donna misteriosa arrivata da un paio d’anni a Spillace. Tornato in paese appreso della scomparsa di Sahra: la sua curiosità non potrà trovare soddisfazione se non interrogando Antonio il professore, figlio di Michele il “germanese”, che dopo anni di sacrifici è tornato in paese per costruire una casa dove ormai vive solo suo figlio che ha rinunciato a una lunga tradizione familiare di emigrazione per mantenere una promessa fatta al padre. Non è stato facile per Antonio mettere insieme le informazioni che ha su Sahra, una sfinge tanto sorridente quanto riservata. Solo sua cognata Fudaama la conosce davvero, e, successivamente alla partenza della ragazza dal centro di seconda accoglienza, accetta di condividere con un angosciato Antonio la loro storia e quella di Hassan, fratello di Sahra, a partire dall’incontro con Maana Sudaan, la principessa che nel pieno di un conflitto sanguinosissimo ha raccolto e salvato decine di orfani somali. La loro storia inizia nel villaggio di Ayuub, creato dalla donna con l’aiuto di Aderelio: una comunità in cui donne che avevano perso i figli si prendevano cura di bambini che avevano perso tutto. Il doversi prendere cura dei tre bambini salva la vita di Alfiya, loro madre adottiva che ha perso le tracce dei propri figli; grazie a lei le vite dei tre incorceranno le strade di mamme adottive a distanza, voleranno sopra le sabbie del deserto e tocccheranno il suolo innevato del Trentino, frequenteranno le aule di una Università di Mogadiscio sulla via del declino, e, in seguito a sofferenze inenarrabili, troveranno la via del mare per arrivare sulle sponde accoglienti di una Calabria che ha le migrazioni nel proprio DNA. Sahra non può fare a meno di partire, ma non riesce nemmeno a fermarsi. Quale inquietudine l’ha spinta a partire? È sulle tracce di Hassan per riportare a Maryan il suo papà o, come suggeriscono le malelingue è partita sull’onda di un miraggio di benessere da ricavare dallo sfruttamento del proprio corpo scultoreo? La mente febbrile e innamorata di Antonio è preda di dubbi ma non gli consente di rinunciare a seguire le orme della donna che lo ha ammaliato, a cercarne le tracce in un percorso che lo porterà a contatto con personaggi misteriosi e affascinanti, con verità dolorose e un’umanità scoperta e fragile, che oscilla tra solidarietà e cattiveria…

Un Carmine Abate in stato di grazia, che sembra essere tornato a intingere la penna nelle vene aperte del sud del mondo, narra attraverso gli occhi onesti e puliti di Antonio ‒ un archetipo della sua narrazione letteraria ‒ la rinascita di un borgo calabrese grazie a un valore che per le comunità del Sud è sempre stato fondamentale: l’accoglienza. Per farlo usa una lingua che non è mai stata così bella, musicale, un tesoro prezioso fatto di sillabe dure e iati, una lingua che unisce le storie di chi è emigrato per non tornare, di chi è rimasto, dei pochi non propensi a partire, dei nuovi arrivati e dei pochi non propensi ad accettare questa umanità miserevole che ricorda troppo loro stessi e il prezzo che hanno pagato per scucirsi di dosso la miseria. Una lingua magica e musicale che indaga l’animo umano e scandaglia le pieghe della storia Somala e gli incroci, le deviazioni, le collusioni, gli intrecci culturali tra il nostro popolo e quel Paese martoriato. La comunità di Spillace, col suo asilo chiuso da quando i bambini non nascono più e riaperto per diventare centro di seconda accoglienza, non è diversa dalle molte che nel Sud hanno capito l’importanza della nuova linfa vitale infusa ai mattoni abbandonati da bambini come Maryan che hanno consentito alle scuole di riaprire, ai maestri di tornare, a chi non volesse partire di trovare un lavoro dignitoso. Le rughe del sorriso sono le pieghe di una terra che accoglie, cura e nasconde, che ha dato rifugio a popolazioni in fuga sin dalla notte dei tempi e la mappa che ne disegna Carmine Abate ne disegna le asperità e le dolcezze i solchi profondi tracciati dalle lacrime, una materia solida e potente che impasta relazioni e catene che non accettano di perdere per strada nessun anello. Il tema del viaggio torna ancora una volta preponderante in questo autore che è un grande cantore delle migrazioni attuali e ataviche. Ecco allora che il viaggio di Sahra incontra nel racconto altri viaggi: quello reale e virtuale di Antonio, quello di Hassan, partito sulle tracce di un sogno seminato nella sua testa da un sognatore venuto in Somalia a costruire pozzi, quello dell’Africano, professore arrivato in Somalia per insegnare italiano e incapace e rimastovi fin quando è stato fisicamente possibile… e così via, in un inanellarsi di storie che a tratti scorrono concentriche e a tratti si disperdono in rivoli apparentemente lontani l’uno dall’altro, che Abate è bravissimo a tenere insieme, rendendo la magia della terra somala con la stessa inguaribile “nostalgia” che in passato aveva caratterizzato la sua narrazione della cultura arberëshe. Il senso di straniamento dell’anima lontana dalla propria terra è uno dei temi più cari a questo autore con una lunga tradizione familiare di emigrazioni, cominciata dal bisnonno e durata fino a lui stesso, che vive e lavora in Trentino e non può fare a meno di raccontare storie di uomini e del loro vagare. Parafrasando la sua principessa Maana, che dice che se riuscirai a far sorridere un bambino che soffre, sorriderai anche tu per tutta la vita, possiamo dire che se sai cogliere la magia intatta negli occhi di un bambino che ha visto orrori inenarrabili e, come fa Abate, la regali al mondo, avrai seminato la speranza di ingentilire un’umanità sempre più becera e incattivita.



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