Le stanze dell’addio

Le stanze dell’addio
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L’uomo con i baffi è ancora giovane, ha rughe nuove intorno agli occhi e uno zaino sulle spalle. Arriva in ospedale tutte le mattine, si mette in fila al bar: caffè lungo, cornetto integrale al miele, una bottiglia d’acqua minerale e comincia a cercare, stanza dopo stanza, dolore dopo dolore, la sua compagna. Ma in quella “grande nave ospedale” che si agita continuamente nel tentativo estremo di lottare contro i marosi, la sua compagna non la troverà. Lei è morta tre anni prima, un tumore al midollo osseo, due cicli di chemioterapia, la speranza di un trapianto che non arriva e un’infezione inaspettata che la uccide nemmeno quarantaquattrenne. I ricordi tornano prepotenti, lei così bella, il suo sorriso, le sue parole sempre così perfette, studiate, ricercate, i suoi libri amati: Garcia Márquez, Melville, Barnes, i loro viaggi intorno al mondo, quello in particolare sui mari del nord in cui le viene comunicata la diagnosi definitiva. Il loro amore ha abitato in mille luoghi, vestito centinaia di colori, dato la vita a tre bellissimi bambini, il loro amore è stato spugna intrisa di senso perfetto, occhi che ridono, il coraggio che manca, la paura che arriva, lo strappo senza consolazione di una morte inaspettata. Ma “un altro tempo ha altre vite da vivere”, come diceva W.H. Auden e l’uomo con i baffi lo sa. Bisogna sforzarsi di continuare, lavorare, accudire i bambini, trovare la forza per fare quel salto, abbandonare la nave, ricominciare a vivere e ad amare con l’intensità che lei gli ha insegnato per “non sprecare nemmeno un giorno”...

Raccontare il dolore che precede e segue una perdita è quasi impossibile, soprattutto se colei che si è persa è stata compagna, amica, confidente, complice e madre dei tuoi figli ma può anche rappresentare una terapia necessaria per cercare di dare un senso ad eventi che la mente e il cuore non riescono ad accettare. Yari Selvetella è nato a Roma nel 1976, ha scritto saggi, romanzi, poesie e collabora come autore e presentatore televisivo per la rubrica, Il caffè di RaiUno, nella trasmissione Uno Mattina. Quello che racconta è ciò che ha vissuto negli ultimi quattro anni, tutto il tempo che è passato da quando nel 2013, la sua compagna, Giovanna De Angelis, editor molto amata e apprezzata, è morta a causa di un tumore con improvvise complicanze. Yari spalanca le porte su una sofferenza immensa e fa entrare il lettore in punta di piedi dentro un mondo che è il suo ma che potrebbe essere quello di tanti altri, di tutti quelli che hanno amato e perduto e che si sforzano di trovare una ragione. Nelle stanze dell’ospedale che l’autore descrive con estrema precisione, la vita sembra fermarsi come dentro un “bozzolo”, uno spazio lontano dal mondo in cui soprattutto i reparti più difficili “traboccano di mistificazioni”. Ci si affida impotenti, alle terapie, ai giudizi dei medici, “più o meno sempre, più o meno tutti, marinai di traghetti scassati” dalla rotta incerta. E ci si affida ai rituali, ai gesti, agli orari, ai protocolli, in un tentativo estremo di fuggire all’idea di un’epifania possibile ma comunque apparentemente lontana. In questa bolla, impigliato “ad un fil di ferro, ad una paura mai vinta, inchiodata per sempre”, l’autore si muove tra le stanze sofferenti che una dopo l’altra lo sospingono verso l'ineluttabilità di una fine. Lui è l’uomo con i baffi, quello che diventa appena può, appena il suo lavoro, i suoi figli, i doveri di ogni giorno gli consentono una via di fuga verso il ricordo, per il timore di dimenticare ogni singolo dettaglio, per il terrore che il tempo faccia piazza pulita di tutto ciò che è stato. Ma lui è soprattutto un padre, un “cane da pastore”, come ama definirsi, capace di prevedere e controllare quello che gli accade intorno, addestrato per proteggere, pensato per difendere, nato per servire. Eppure l’impotenza, l’angoscia, l’indecisione di quei giorni aggrappati a mille speranze ed infinite sconfitte, il cane da pastore non le avrebbe provate, nel suo amore imperfetto che appare così inutile di fronte ad una fine senza spiegazioni. La lucidità sembra arrivare potente alla fine del percorso, l’autore capisce che non potrà veramente tornare ad una vita “intera” se non lascerà andare la zavorra che lo tiene ancorato al passato, se non farà sì che l’uomo con i baffi e lo zaino torni ad esistere solo dentro di lui “e non anche come individuo indipendente”. “Il passato bisogna proprio combatterlo e senza veri arnesi di amputazione. Ci vuole sudore, pianto e dedizione, ci vuole scotch da pacchi marrone e scatole non troppo grandi né troppo piccole in cui riporre il tutto”. Lei avrebbe voluto così, lei che non ha avuto paura, lei che piuttosto consolava e dava coraggio, lei e i suoi quaderni fitti, fitti, i suoi occhi intelligenti, le sue sigarette infinite, la sua cocciutaggine degna di un’intelligenza inquieta e nemica delle convenzioni. Lei avrebbe voluto così, farlo per i bambini, impedire che vengano risucchiati in un gorgo ostile e senza via d’uscita, “per cento, per mille, per un milione di volte, accettare il dolore, ciancicare insieme questa pietanza rancida, incollando io per quanto posso le parti peggiori e per il resto stare lì a guardare“. “La vera lotta è con se stessi”, la vera vittoria sta nell’aver capito che sarebbe un delitto sprecare giorni e anni “a rimuginare su quello che abbiamo perduto”. Tornare alla vita è un dovere tanto più stringente quanto più si affianca alla responsabilità di essere faro e sponda per i propri figli in un mare che può farsi tempesta ma che sa anche tornare ad essere il calmo rifugio di un pensiero senza risposte. L’urlo straziante della morte si trasforma piano in un grido potente che rivendica amore senza rimpianti, voglia di lottare insieme agli altri, in un sentimento di comunione universale che ci fa tutti fratelli e combattenti in mezzo al mondo. Giovanna amava le parole e ha fatto della letteratura il suo lavoro e la sua passione; questo libro è un viaggio prezioso intorno ai lemmi, alla scrittura, alla lettura come cura e ancora di salvezza. È un omaggio struggente e un atto di amore per una donna che ha sempre lottato con tenacia, senza sottrarsi mai, senza cadere nel pozzo insaturo della disperazione, con la forza che spinge gli audaci tra le onde. Continuare a vivere per lei, in suo nome, assecondando il mutamento, sentendo cambiare la marea è tener fede ad un patto che da solo basta a spiegare il senso di un viaggio che “è stato solo un viaggio, nel bene e nel male”, ma che per noi resta una celebrazione commossa della vita che in fondo ha già vinto la battaglia più difficile: quella contro se stessa.



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