Le stanze di Mogador

Le stanze di Mogador
Damir Babic è un fotografo di professione e un viaggiatore di indole: “Il suo mestiere è far conoscere le cose. Le incornicia in una immagine e le fa viaggiare fino a te”. Ha lasciato Sarajevo, la sua città d'origine, e s'è perso nel mondo. Ora è stato inviato da un giornale in Sicilia. Deve produrre un reportage su uno scultore che ha modellato le pietre di una montagna a sembianza di teste umane. Lì lo aspetta Elena Moncada, una donna sulla trentina, bella e solare come la sua terra, con una cicatrice sulla guancia - antico retaggio di gioventù - e molto altro da raccontare. E' un avvocato che gli farà da Cicerone sull'isola, ma si occupa in realtà di molte cose vista la sua passione per l'arte. Babic alloggia all'Hotel Mogador, stanza 307, un piccolo albergo a tre piani che ora vive solo sui ricordi di tempi andati di remoto splendore. L'albergo è gestito da Juan Perez Cordura, uno vecchio spagnolo un po' burbero e brontolone e da Donna Florencia Amaral, più giovane di lui di qualche anno e sua fidata compagna di vita. Sono loro i cerimonieri per i pochi ospiti dell'hotel, capaci sovente di ricreare però un'aria di casalinga familiarità. Damir al Mogador - immerso nel suo fascino  un po' vintage e decadente - fa presto conoscenza anche di Cindro Ferretti, detto il Comandante, grazie alla sua infinita militanza trascorsa nella sala motori di vecchie petroliere in giro per gli oceani del globo. Il Comandante beve e racconta la vita, nei suoi intensi incontri col fotografo, da subito attratto dal carisma carico di vissuto dell'uomo. Ma sopratutto l'albergo ospita Salvatore Puma, un personaggio inquieto e inquietante, accompagnato spesso dalla silenziosa e deliziosa Noura, compagna dell'uomo, dal cui sguardo Babic ha subito un'incisiva e decisiva scossa emozionale, sbirciandola involontariamente una sera durante un amplesso selvaggio proprio con Puma. Cosa nascondono questi personaggi? Hanno legami tra di loro? C'è qualcosa che il demodè Mogador cela? Damir Babic man mano che si addentrerà nelle anime multietniche dell'isola finirà per dare un senso compiuto a tutto questo...
Noir di ecomafia, recita la dicitura in fondo alla copertina di questo Le stanze di Mogador, edito da Verdenero e scritto da Gian Luca Favetto, già collaboratore pluriennale di La Repubblica oltre che autore televisivo, critico cinematografico e drammaturgo. In realtà Favetto ha creato sopratutto un libro di atmosfere. Si respira l'aria della Sicilia, della salsedine, della muffa sui soffitti dell'hotel, delle moquettes impregnate di storia vissuta, dell'odore del pesce appena pescato e degli umori di sesso selvaggio e liberatorio infatti di primo acchito scorrendo le pagine di questo volume dal formato tascabile. Questo è il primo piano narrativo che balza subito all'occhio. Un romanzo strutturato quasi come un album fotografico da sfogliare per inebriarsi di suggestioni e sapori. Il tutto grazie a una scrittura visiva, evocativa, fotografica, coinvolgente. Poi certamente c'è anche la storia. Una brutta storia di mafia sconosciuta e poco frequentata spesso anche dai giornali. Quella dello smaltimento illegale di navi. E qui che il protagonista si incaglia, rimanendo coinvolto in qualcosa che lo sovrasta suo malgrado e incapace forse per la prima volta di comprendere se sia più realtà quella che esiste prima o dopo l'impressione di uno scatto.

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