Le stelle di Lampedusa

Le stelle di Lampedusa

Alì non aveva ancora trent’anni quando si è impiccato a una trave fuori del centro in cui lo avevano internato. Quando lo chiamano a refertarne la morte, Pietro sa che Alì andrà ad aggiungersi alla lunga fila di fantasmi che angosciano le sue notti insonni. Medico condotto a Lampedusa da trent’anni, negli ultimi dieci ha curato la contabilità impietosa dei morti in mare: ha tagliato le dita a uomini, donne, bambini per permetterne un giorno il riconoscimento, ha tagliato cordoni ombelicali per staccare neonati già orfani dal corpo della madre, ha separato corpi defunti dall’ultimo abbraccio. Ha visto cose inenarrabili: corpi mutilati, uomini semi-scuoiati da folli carnefici libici. Ha udito i racconti più agghiaccianti, quelli che a metterli su carta si fa quasi fatica. Ha visto occhi vuoti e braccia scheletrite, tutti i corpi vivi o morti che ha incontrato si rifiutano di abbandonare la sua mente; solo il tocco e lo sguardo di sua moglie hanno la capacità di lenire il dolore, di placare “le voci di dentro” che urlano la propria sofferenza, di mitigare l’impotenza che lo attanaglia ogni qual volta deve spaccare un femore – nessuno si immagina quanto sia duro un femore ‒ per prelevarne un pezzetto da conservare per il riconoscimento tramite DNA. L’impotenza è la cifra delle sue giornate sin dal giorno in cui la sua foto con tra le braccia Favour, una bimba di un anno rinvenuta accanto al cadavere della madre, ha fatto il giro del mondo innescando una gara di solidarietà internazionale conclusasi con l’adozione di Favour da parte di una giovane coppia a scapito della volontà sua e di Rita di tenerla con loro. La luce di speranza che l’attenzione aveva acceso nell’animo del medico si è però scontrata molto presto con il cinismo e la memoria labile dei media rendendo ancora più greve l’oscurità in cui i suoi disperati sono piombati quando i riflettori si sono spenti con la stessa subitaneità con cui si erano accesi. Pietro Bartolo non riuscirà mai più ad attirare l’attenzione della comunità internazionale come aveva fatto per Favour. Favour è stata la resa dei conti tra un’anima esacerbata che vorrebbe portarsi a casa ogni singolo bambino e la dura realtà che gli impone un sano distacco. Favour è stata “il paziente zero”, quella che ha messo un medico con trent’anni di esperienza di fronte ai propri limiti, ma non gli ha insegnato ad accettarli. Bartolo capisce di non avere costruito che illusorie difese attorno alla propria anima, quando i suoi occhi incrociano quelli muti e sgranati di Anila, un piccolo coacervo di coraggio e sofferenza raggomitolato sul fondo di un gommone. Anila ha 11 anni ed ha attraversato migliaia di kilometri da sola, ha subito violenze indicibili, per trovare sua madre “in Europa”. “Ma tu lo sai cos’è l’Europa, Anila?” La risposta ingenua e fiduciosa fa scattare nel suo nuovo protettore la voglia di mettersi di mettersi in gioco e sfidare l’assurda vastità del continente un passo alla volta, un contatto alla volta. Bartolo stavolta può contare solo su una rete di amicizie personali da mettere in moto per la sua piccola protetta: a cominciare da Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo che si incarica dell’accoglienza della piccola trasferita in elicottero per curare le terribili ustioni procuratele dal contatto con la benzina sul fondo del gommone, poi farà scendere in campo il Direttore Sanitario dell’Ospedale che la tratterà come una figlia, e poi grazie alla memoria prodigiosa della bimba e a Monique un’assistente sociale francese il miracolo si compie e Carla viene al telefono ma sarà solo l’inizio di un’odissea crudele come solo la burocrazia sa crearne…

Pietro Bartolo ha visto l’isola di Lampedusa trasformarsi più volte, cambiare fisionomia e diventare porto di approdo dapprima di un flusso enorme di disperati, per poi tornare, negli ultimi dieci anni spiaggia preferita di piccole imbarcazioni tunisine che trasportano poche unità di persone, ansiose solo di lasciare l’isola e accedere all’agognata Europa. Ha assistito al momento più eroico dell’isola, quello celebrato da Mimmo Paladino con la scultura che ha cambiato per sempre il profilo che Lampedusa offre ai naviganti: la porta senza battenti spalancata sul Mediterraneo è un monumento non solo ai morti in mare con i cui piccoli oggetti è decorata, ma al coraggio degli abitanti di Lampedusa e al loro innato senso dell’accoglienza, di cui anche Bartolo rende testimonianza. Dopo il bellissimo esordio con Lacrime di sale, Pietro Bartolo, che ha anche collaborato con Gianfranco Rosi per il bellissimo docu-film Fuocammare, torna in libreria confermando con Le stelle di Lampedusa una capacità innata e quasi inconsapevole di fare poesia a partire dalla tristezza soverchiante con cui si confronta ogni giorno. Forse è proprio per non lasciarsi sopraffare e distruggere da ciò che vede e da ciò che non può cambiare, che ha deciso di mettere su carta le proprie esperienze, di lanciare come una bottiglia nel mare la propria sofferenza nella speranza che qualcuno la raccolga e la trasformi in un’occasione di consapevolezza. È uno stile, il suo, forbito, pacato e sobrio, che non ammette fronzoli né eufemismi, che non fa sconti alla realtà, la racconta con rigore e asciuttezza, associate ad una profonda, irrinunciabile partecipazione, senza distacco. Pietro Bartolo è la conferma che le anime belle trovano sempre parole belle e frasi ispirate e il loro comunicare avviene a livelli eccelsi ed è capace di confrontarsi alla pari con la Letteratura sul terreno dell’eternità. Questo libro, infatti, così come Lacrime di sale, resisterà al tempo crudele e meschino in cui è stato prodotto e, come le cronache accorate di Plinio, racconterà ai posteri un’epoca buia e catastrofi umanitarie generate, però, dalla perdita di umanità dei detentori del potere che solo a costo di fatiche improbe viene bilanciata dagli erculei sforzi quotidiani di chi si rifiuta di cedere.



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