Le ultime diciotto ore di Gesù

Le ultime diciotto ore di Gesù

Gerusalemme. È una calda sera della primavera del 33, in un calendario secondo il quale si comincerà presto a contare. Un giovane uomo magro dal viso affilato e una corta barba viene arrestato dalle guardie del Tempio mentre riposa con i suoi compagni, galilei di umile condizione. Scappano e lo lasciano solo; adesso lui, accompagnato da un piccolo corteo, viene portato davanti al Sinedrio per essere interrogato. Forse perché due giorni prima ha rovesciato urlando i banchi dei cambiavalute nel cortile del Tempio? Qualche giorno prima quel giovane esile era entrato trionfante in città, salutato dalla gente festosa che stendeva mantelli per terra al suo passaggio. È soltanto uno dei tanti profeti che predicano tempi nuovi: cosa c’è di diverso in questo giovane rabbi? “Quando un agitatore di anime riesce a raccogliere un così gran numero di persone l’impero sente la minaccia, le spie cominciano il loro lavoro”. Già, l’Impero. Roma si è trovata davanti “ l’apparente paradosso di un paese che è stato facile conquistare, ma che poi ha dimostrato un’insospettabile, indomabile, capacità di resistenza. […] Alla vittoria militare e all’esercizio del dominio non ha corrisposto una vittoria sulle coscienze degli individui. […] È la loro spiritualità, quasi unica nel mondo, a renderli nello stesso tempo meno forti e più tenaci”. Ponzio Pilato è da dieci anni il procuratore nella problematica piccola provincia di Giudea ed è veramente stufo: del clima, del cibo, delle dolorose fitte allo stomaco che lo tormentano, di questa gente così complicata da capire, dei rapporti difficili con Lucio Vitellio, il suo diretto superiore ben più potente e governatore della Siria. Vorrebbe solo tornare a Roma con sua moglie Claudia Procula: sì, ecco, proverà a scrivere a Seiano. Appena risolve quest’altra rogna che quei due infidi di Caifa e suo suocero Anna sono venuti a portargli (e che non dovrebbe riguardare Roma: che avranno escogitato quei due per metterlo ancora in cattiva luce?), questa storia del giovane profeta Yeshua ben Joseph Ha-Nozri che pare abbia detto di essere Re dei Giudei…

A chi gli ha domandato il motivo di tanto interesse nei confronti di Gesù, Corrado Augias, scrittore e giornalista definitosi spesso non credente, ha risposto che si tratta di una figura narrativamente avvincente che ha messo in gioco la propria vita per un ideale, al pari di altre figure altrettanto affascinanti come Gandhi e Francesco d’Assisi, concetto questo per altro ribadito anche all’interno del romanzo. Sì, perché di un romanzo si tratta – fiction lo definisce Augias nella parte iniziale intitolata Introibo -, non di una inchiesta, per altro già realizzata insieme a Mauro Pesce, non di uno studio. A partire dal tramonto di un giorno di primavera fino alle 15,00 del giorno seguente, l’autore ripercorre le ultime ore di vita di Gesù come sono raccontate dalle fonti e dai documenti ma colmando, per così dire, le parti taciute con la sua immaginazione, e tuttavia con una delicatezza e un rispetto sorprendenti, adeguati alla classe che Corrado Augias ha sempre mostrato, anche nei suoi momenti più polemici e critici, in qualunque contesto, narrativo e non. Con puntigliosa attenzione filologica analizza anche le parole greche che nelle traduzioni delle stesse fonti hanno smarrito il significato più intrinseco. Queste fonti di riferimento sono quelle note a tutti: Tacito, Flavio Giuseppe, Filone di Alessandria, i rotoli di Qumran, i Vangeli canonici, gli Apocrifi; i personaggi cui l’autore dà voce in maniera originale ma così come avrebbero potuto plausibilmente esprimersi, Pilato, Caifa, Giuda , Giuseppe. Quest’ultimo, figura silenziosa e quasi incomprensibile dei Vangeli, che a volte ha trovato voce e pensiero grazie al cinema o alla musica (si pensi alla bellissima Il ritorno di Giuseppe di de Andrè), pare affascinare Augias in maniera particolare. A queste si aggiunge poi la voce di Caio Quinto Lucilio, intellettuale confuso e disilluso che non si sottrae al dubbio e lo affronta con coraggio e senza pregiudizi: evidente che possa essere una sorta di alter ego letterario dell’autore stesso. Il romanzo appare quasi un tentativo di avvicinare documenti e dibattiti teologici ad un pubblico ampio, senza scadere nel romanzo tout court ma dando vita ad un racconto fedele che evita l’impiccio di essere arido o “difficile”. Le descrizioni dei luoghi e dei personaggi ci restituiscono un affresco vivido di colori, sapori e profumi, e aiutano a rendere la storia incalzante, quasi se ne ignorasse il finale. E bisogna essere davvero un gran narratore per riuscirci.



 

 

 

 
 
 
 

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