Le vichinghe volanti

Le vichinghe volanti

Il 30 luglio del 1938 a Vigata c’era stata una “catastrofi, in principio criduta naturali, vali a diri un tirrimoto”. Alle 03,20, nel bel mezzo della notte, la prima scossa aveva svegliato i vigatesi che in mutande e sottovesti si erano riversati spaventati nelle strade. La cosa più strana capitò nel vecchio Palazzo Fulconis, abitato da cinque famiglie, una per ogni piano, per un totale di ventiquattro persone. E invece, com’è e come non è, al momento della scossa, nel cuore della notte, ce n’erano ventisette e pure stranamente distribuite tra i piani… Umberto, “per gli amici e soprattutto per l’amiche ‘Mbembè”, dall’età di quattordici anni aveva dimostrato la sua vera e unica inclinazione: le donne. Fino ai trent’anni la sua vita l’ha trascorsa allegramente lontano da casa, tra auto di lusso e bellissime donne, e a Venezia adesso l’ha raggiunto il telegramma che annuncia la morte del padre. Poco male però, visto che Umberto è l’unico erede. Ma il testamento, aggiornato tre giorni prima di morire, che ora il notaio gli sta leggendo prevede tre condizioni tassative… Domenica 20 febbraio 1910 finalmente esce il sole a Vigata, dopo un mese intero di pioggia. La gente si riversa per le strade a passeggio e il panellaro Attilio sistema la sua bancarella: di sicuro ci saranno buoni affari grazie al buonumore delle persone rallegrate dalla bella giornata tanto attesa. Attilio sceglie lo spiazzo sotto il vecchio e disabitato Palazzo Curtò, davvero ormai malmesso. E infatti, a d un certo punto e senza preavviso alcuno, a causa delle forti piogge dei giorni precedenti il palazzo crolla. In quel momento vicino alla bancarella, oltre al panellaro, si trovano un poveraccio che aveva chiesto l’elemosina di una panella e se la stava gustando, e una famiglia benestante formata da padre, madre e figlioletta di due anni. Da sotto le macerie, viva e illesa, viene tirata fuori soltanto lei. Quale sarà il destino della povera bambina?

Protagonista assoluta degli otto racconti di questa simpatica raccolta è Vigata, la cittadina immaginaria nata dalla penna di Andrea Camilleri, sfondo delle indagini di Salvo Montalbano. Le vicende narrate però non riguardano il commissario più amato dagli italiani ma piuttosto sono incentrate su sapidi episodi in cui l’amore, declinato nelle sua varie forme ma soprattutto come passione carnale e travolgente tempesta dei sensi, la fa da padrone. Una sensualità bollente trasuda ovunque, come al solito nelle storie del Maestro, calda come il sole della sua isola meravigliosa, del tutto refrattaria ad ostacoli come vincoli matrimoniali, fidanzamenti combinati e gelosie paterne; e sempre divertita e divertente, mai volgare anche se ammiccante e scanzonata. Tutte le storie si svolgono tra gli inizi del ‘900 e il secondo dopoguerra, anni che si rivelano sempre particolarmente consoni alla vena narrativa dell’autore che attinge ad aneddoti verosimili e a pregi e difetti della sicilianità, giocandoci con allegria. Come capita spesso nelle raccolte, non tutti i racconti risultano omogenei, divertenti e acuti allo stesso modo, ma il lettore si ritroverà come sempre a sorridere delle situazioni paradossali, dei personaggi surreali che si credono furbi e di solito hanno la peggio, del linguaggio che sarà pure artificiale (nel senso che non corrisponde a nessun dialetto specifico) ma è diventato marchio di fabbrica di Camilleri ed è amato tanto quanto le sue storie. Qualcuno ha scomodato l’aggettivo “boccaccesca” per questa piccola silloge, altri hanno affermato desolati che ormai il vecchio scrittore si ripete e si copia: a noi sembra sempre che in questo tipo di storie il suo estro sia intatto e che spesso tocchi qualche vetta di freschezza, come un ragazzino di novant’anni che ancora si diverte a raccontare e a far divertire.



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