Lenti al contatto

Lenti al contatto
Viola detesta il lago. Profondamente. E detesta suo cugino Filippo. Profondamente. Lo zio Carlo? Pure. Il padre? Anche. Poi c’è la madre. Meglio lasciar perdere. Cosa ci può essere di peggio? Solo immaginare di caderci, in quel lago, così fermo, putrido, malsano. E Viola un giorno ci cade dentro. La casa è troppo grande, il cancello che (simbolicamente) chiude la vastissima proprietà dei genitori troppo lontano. A scuola non ha amici, prima era troppo grassoccia, poi si fa troppo magra, alla fine è sempre sola. Ma no, un’amica c’è: la nonna, mitica nonna Adele. Bella, spumeggiante, che chiude le giornate con una canna e un bicchiere di champagne, che consulta la terribile maga e sembra perfino darle ascolto. Nonna Adele, che seduce il giardiniere, si gode la vita, si muove leggera, racconta alla nipote storie meravigliose e la ama come una madre potrebbe (forse) fare. Ma che ne sa Viola di mamme, in effetti: la sua è un pezzo di ghiaccio che la tratta come se fosse trasparente, la attraversa con occhi inespressivi per andarsi a cercare l’ennesima bottiglia di alcool. Nonna dice che tutto quello che mamma ha fatto, l’ha fatto per amore. Sì ma per amore di chi? Tanto varrebbe che morisse. Un pensiero che Viola formula ancora bambina, e che poi tornerà prepotentemente all’attacco. Sì perché quando nonna Adele muore, nel mondo affettivo di Viola non c’è proprio più nessuno, di certo non la madre, di certo non il padre, di certo non il cugino Filippo né lo zio Carlo. Solo il Dolore. E un cofanetto, di quelli che contengono le verità nascoste. Una verità enorme, stravolgente, foriera di cambiamenti ancor più enormi e stravolgenti, che infine chiariscono perfino le parole di quella mezza matta della maga …
In questo romanzo c’è un po’ di tutto: violenza, amore, menzogna, verità, solitudine, fratellanza, alternati in una miscela notevole. Lo stile ricercato, di un sarcasmo nero, porta di pagina in pagina senza fatica e, anzi, con la voglia di sapere fin dove potrà arrivare. Viola, intendo: fin dove potrà spingere il suo odio verso la madre? Perché, a un certo punto, la tragedia che si rivela farebbe quasi sperare (o solo pensare) in una sorta di palingenesi, un happy end. Madre e figlia si ritrovano, si chiariscono, il cancello non è più così lontano e il lago non è più così infetto. Invece no. Ma poi che importa? Le vere protagoniste, qui, sono due bellissime figure femminili, il Buio, Viola appunto, troppo precocemente sedotta da desideri di morte, e la Luce, nonna Adele, brillante, energica, sensuale. Un contrasto semplice, quasi ovvio, ma arricchito dalla differenza generazionale, penseresti che la megera sia la vecchia, invece no. E la Luce cerca, finché la vita rimane in lei, di proteggere il Buio, perché quel che c’è oltre il cancello è davvero difficile da sopportare. Dunque una famiglia nata all’insegna della tragedia, in cui la tragedia è appesantita ancor più dal fatto che è taciuta, solo respirata, mai affrontata. E così compare un fratello, tragedia nella tragedia, che ci ributta nei più classici miti della letteratura classica greca. Con una Viola sempre appena al di fuori di se stessa, in una atmosfera perennemente onirica che, con un passo un po’ lungo, richiama alla mente la delirante estraneità del Bateman di American Psycho.

 

 

 

 
 
 
 
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