Leonard Cohen – Manuale per vivere nella sconfitta

Leonard Cohen – Manuale per vivere nella sconfitta

Nel 1956, all’indomani della pubblicazione di Confrontiamo allora i nostri miti, opera prima di Leonard Cohen, persino il massimo critico letterario canadese, Northrop Frye, indiscussa autorità in materia, ne evidenzia quella che definisce come sorprendente qualità poetica, unica nel suo genere e nel panorama poetico canadese di sua conoscenza. Raccolta di poesie composte tra i quindici e i venti anni, come riportato e sottolineato dalla fascetta pubblicitaria aggiunta alla seconda edizione, Let Us Compare Mythologies segna l’apparizione sulla scena letteraria canadese di un enfant prodige destinato, nel giro di pochi anni, a imporsi come vero e proprio leader carismatico. Nato nel 1934 a Montreal in una famiglia di industriali ebrei del settore tessile, Leonard Cohen può contare, tra i suoi parenti più stretti, uno dei fondatori del movimento sionista canadese, un importante rabbino e, per parte di madre, l’autore del Lexicon of Hebrew Homonyms e del Treasury of Rabbinic Interpretations, largamente diffusi nelle scuole ebraiche. Cresciuto in stretta osservanza, fin dall’età di sei anni si avvicina al linguaggio biblico sia in inglese sia in ebraico, ma, per sua stessa ammissione, sente di iniziare la sua vera educazione solo nel 1945, di fronte alle foto dei campi di concentramento nazisti. Tuttavia, già un anno prima, un trauma personale su cui torna con insistenza nei suoi componimenti lirici e nel suo primo romanzo ne sconvolge l’ infanzia: la morte del padre. Risale al 1949, invece, la scoperta di Federico García Lorca, il poeta che, secondo le sue stesse parole, commette “il terribile crimine contro natura”, ovvero lo spinge, giovanissimo, verso la poesia…

Celebre, celebrato e pluripremiato, con pieno ed evidente merito anche se meno del dovuto per la complessità multistratificata delle sue opere e soprattutto per la difficoltà di certa critica snob di “incasellarlo” a prescindere dai gusti personali che possono farlo sentire più o meno prossimo alle corde della propria sensibilità. Cantautore, poeta, scrittore, compositore morto a Los Angeles ottantaduenne due anni fa, attento e profondo esegeta nelle sue opere di temi come la religione, i diritti civili, la sessualità, l’alienazione, l’isolamento, l’individualismo, la sperequazione sociale, la reificazione della contemporaneità e la pace nel mondo, Leonard Cohen rivive. Non solo perché le opere e i ricordi rendono immortali, ma perché risorge nell’analisi competente, doviziosa di dettagli, intensa, raffinata, completa, originale, dialettica, colta e divulgativa, variegata come una conversazione, che ne fa Silvia Albertazzi, che a Bologna insegna letteratura inglese ed è autrice di molti saggi, soprattutto sugli antieroi e i post-eroi, i cosiddetti “perdenti” secondo la legge sovrana del mercato che impone il successo. Ma a Cohen, cui è dedicato il testo che ha per sottotitolo il verso di una sua canzone, non interessa il successo, poiché secondo la sua Weltanschauung la realtà umana è fatta di sconfitta dall’inizio alla fine – la morte è l’ultima, quella estrema e definitiva – e dunque non si deve sopravvivervi all’interno passivamente bensì vivere in essa in modo attivo e propositivo.



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