Leonardo e la morte della Gioconda

Leonardo e la morte della Gioconda

15 aprile 1952, Vaprio d’Adda, Milano. Nella soffitta della casa ereditata dai nonni, mentre seleziona le cose da tenere e quelle da dare via o buttare, trova un piccolo baule di antica manifattura, con lamine di ferro sbalzato e velluto rosso, accanto la chiave. Quando lo apre vede che è rivestito di lino e pieno di riso, in mezzo trova una sacca di pelle che contiene un manoscritto perfettamente conservato. Nella prima pagina ci sono due nomi con grafie differenti: Iacomo e Francesco. Approfittando di una noiosa giornata di pioggia inizia a leggerlo, sebbene sia scritto in italiano volgare ha così poche parole latine che riesce a comprendere il significato. Il testo lo appassiona, capisce che si tratta di un’opera originale molto interessante, per cui decide di lasciare ai suoi figli una traduzione del manoscritto. Andando avanti nella traduzione scopre che l’autore della prima parte del libro è Iacomo o meglio Gian Giacomo Caprotti, mentre la seconda è scritta da Francesco Melzi, entrambi discepoli di Leonardo da Vinci, inoltre viene a sapere che proprio a Vaprio d’Adda si trova Villa Melzi. Resta da scoprire come mai il baule si trovasse nella soffitta dei nonni. Prosegue negli anni a lavorare alla traduzione, dedicandogli in segreto gran parte del suo tempo libero. Dopo cinquanta anni, innumerevoli revisioni e correzioni, arriva alla versione finale del testo che…

Leonardo e la morte della Gioconda è il titolo accattivante del romanzo di Giampiero Rossi che, utilizzando un’invenzione letteraria ormai molto sfruttata, immagina il ritrovamento di un antico manoscritto redatto da due conosciuti discepoli del maestro Leonardo da Vinci, attraverso il quale si arriverà a capire chi fosse la persona che ha ispirato Leonardo per la realizzazione della Gioconda. Rossi ricostruisce in maniera efficace le ambientazioni e lo stile di vita medievale, riferisce eventi avvenuti tra la fine Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, inserisce episodi storici appropriati, ricorda alcune delle grandi e originali invenzioni del genio fiorentino, tratta il tema della stregoneria e ne sfiora molti altri. La lettura però non è appesantita dalle informazioni storiografiche, perché la narrazione resta ben centrata sull’improbabile opera investigativa di Leonardo da Vinci. I personaggi però sono tratteggiati in maniera sommaria, la parte del romanzo che corrisponde al manoscritto dei due discepoli racconta eventi, reali o fittizi, relativi alla vita e all’attività di Leonardo da Vinci, ma il testo è così pieno di dialoghi lunghi e particolareggiati da essere poco plausibile. Lo stile della prosa non distingue le diverse voci dei personaggi che parlano in prima persona, non rievoca la lingua parlata cinquecentesca né quella contemporanea. È una narrazione sovraccarica e artefatta perfino nelle pagine in cui l’interprete è il narratore: la scelta non è giustificata da quanto poi troviamo riportato nell’epilogo, a meno che la volontà dell’autore non fosse proprio quella di presentare un personaggio approssimativo e banale, ma in tal caso doveva essere maggiormente definita la struttura del protagonista. Tuttavia l’autore riesce a tenere insieme con coerenza leggende, verità e finzione, a presentare l’esposizione dei fatti storici, sia reali che di fantasia, in una forma attuale vincente, cioè come il susseguirsi di livelli in un videogioco: ogni livello è un quadro narrativo con ambientazioni, personaggi e problemi specifici da affrontare a cui dare la personale risposta più o meno logica.



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