Leonardo non era vegetariano

Leonardo non era vegetariano

Il cibo è una passione ricorrente di Leonardo Da Vinci, nato del resto in un borgo di antica tradizione rurale nel pieno centro della Toscana rinascimentale. Questo interesse, oltre che da vicende familiari (il fratello Giovanni è oste e beccaio, e lui stesso prende in gestione con il padre e lo zio Francesco un mulino, tanto per dire…), gli è ispirato da Bartolomeo Sacchi, detto Platina, autore del trattato De honesta voluptate e valetudine: Leonardo è molto attento alla dieta, intesa come principio di alimentazione legato a filo doppio alla buona salute e non come divieto, al valore del cibo locale, persino alla ricerca dell’apparecchiatura della tavola. Possedendo vigneti e oliveti, si interessa al vino e all’olio, così come al pane e alla sua filiera. Peccato non conosca il pomodoro perché con ogni probabilità la Niña, la Pinta e la Santa Maria, ossia le tre caravelle di Cristoforo Colombo, non lo hanno ancora diffuso… L’olio d’oliva ne stimola curiosità e inventiva: progetta un innovativo frantoio, osserva la causa dell’ossidazione, si pone domande in merito all’effettiva utilità dell’olio di noci, inventa una ricetta per togliere il “tristo odore” di quelli alterati. Ma non si ferma certo qui: i suoi sistemi per affumicare le carni sono stati antesignani degli attuali affumicatori, il suo girarrosto nell’era moderna è stato semplicemente dotato di un motore in luogo del principio del vapore come forza motrice da lui adottato, la progettazione della macchina del freddo si è realizzata poi nel frigorifero…

Il libro - di grande formato e ricco di illustrazioni - si apre con una simpatica prefazione di Oscar Farinetti, che al mangiar bene e sano e al rispetto del lavoro e della natura è attento da sempre. E che rivendica il diritto a restare gioiosamente carnivoro, come Leonardo da Vinci. Il quale anche Topolino, qualche anno fa, si è divertito a rendere protagonista di un fumetto che lo vedeva dietro al bancone di una locanda insieme a Botticelli. Fortunatamente per la storia dell’arte, Pippo e Mickey Mouse, in missione attraverso il tempo, li hanno fatti desistere dall’abbandonare i pennelli per i mestoli. E comunque, scherzi a parte, Leonardo non era vegetariano. E questo è anche il titolo del volume, che nell’anno dell’EXPO a Milano cade letteralmente a fagiolo, edito da Maschietto: chiaro, bello e vario. Le illustrazioni sono splendide, e svolgono un’importante funzione divulgativa per entrambe le anime dell’opera: quella scientifica, in cui si racconta con dovizia di particolari e testi leggibilissimi l’evoluzione della cucina dal Rinascimento a oggi, si analizza la mensa del Cenacolo milanese e si descrivono i manoscritti, i disegni, i progetti, le invenzioni di Leonardo per quel che concerne l’alimentazione e il cibo (nonché le sue liste della spesa), e quella pienamente culinaria. Enrico Panero, infatti, che è lo chef di un ristorante intitolato a Leonardo, propone quindici appetitose ricette, dal petto di piccione allo sgombro in guazzetto, che rappresentano una sorta di variazione sul tema del gusto del creatore della Gioconda.



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