L'esercito della salvezza

L'esercito della salvezza
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La casa del giovane Abdellah a Salé, in Marocco, ha tre stanze: una per il padre, una per la madre e i fratelli e le sorelle più piccoli e una per Abdelkébir, l’adorato fratello maggiore, l’orgoglio di tutta la famiglia. Abdellah, in particolare, nutre per il fratello una vera e propria venerazione, molto vicina all’innamoramento e al desiderio carnale. Arriva a introdursi di nascosto nella sua stanza solo per osservarne rapito i libri, le suppellettili e frugare tra la biancheria sporca per poter ritrovare l’odore forte e virile di Abdelkébir. Abdellah decide di tenere un diario segreto, su cui scrivere di questa sua passione. L’occasione per stare maggiormente a contatto con il fratello arriva quando Abdelkébir decidere di portare i suoi due fratelli minori in vacanza a Tangeri. Qui Abdellah scopre per la prima volta l’emozione di condividere l’intimità di una camera d’albergo con il fratello che tanto ama. Purtroppo, però, nel corso di quella stessa vacanza, dovrà anche fare i conti con una bruciante delusione, quando Abdelkébir confiderà ai fratelli di essersi innamorato e di volersi sposare. Forse per la rabbia, forse per lenire l’angoscia in cui è improvvisamente precipitato, Abdellah accetterà in spiaggia la proposta di un uomo e avrà il suo primo rapporto omosessuale. Intanto cresce in lui il desiderio di continuare gli studi in Europa e sarà proprio a Ginevra, qualche anno dopo, che dovrà fare i conti con il suo essere straniero e senza soldi. Per sopravvivere si appoggerà all’Esercito della salvezza, che fornisce alloggi e pasti gratuiti ai bisognosi. In una Svizzera solo apparentemente fredda, ma che rivela sorprendenti risvolti, Abdellah darà corso alla sua formazione di essere umano…
Ciò che colpisce e stupisce di questo libro è la totale mancanza di ritrosia nell’affrontare una vicenda biografica che si sviluppa attorno a un tema notoriamente scabroso e tabù per la cultura araba: l’omosessualità. Eppure l’autore ne parla con orgoglio, ma senza autocompiacimento, con la naturalezza di chi ha voglia di raccontare qualcosa che fa profondamente parte di sé. Non usa nemmeno nomi fittizi, Abdellah Taïa, e costruisce una sorta di narrazione-confessione che, più che scioccare il lettore, fa luce su un mondo di cui si parla pochissimo. Non c’è nessun riferimento all’Islam in questo libro, i personaggi che ne occupano le pagine vedono film francesi, ascoltano musica americana e conoscono Pier Paolo Pasolini. Il Marocco sembra un lembo solo geograficamente più estremo del mediterraneo europeo. Questo è, a mio avviso, l’aspetto più interessante del romanzo: offrirci una descrizione narrativa della società araba senza passare per forza attraverso l’inevitabile filtro (inevitabile dall’undici settembre in poi) della religione. L’esercito della salvezza ha il suo pregio maggiore, dunque, nell’aspetto socio-antropologico, nella capacità dell’autore di descriverci le città arabe “dal di dentro” e – specularmente – di farci vedere l’algida e razionale Ginevra attraverso gli occhi dello straniero. La lingua, di conseguenza, pare allinearsi a questo intento narrativo. Non è una lingua letteraria, non c’è nessun ricorso a metafore o altri espedienti stilistici. La scrittura di Taïa è descrittiva e piana, è una spada affilata che riduce a brandelli l’ipocrisia, la censura e, soprattutto, l’autocensura.

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