Lessico famigliare

Lessico famigliare

Torino, sul finire degli anni Venti del secolo scorso. Il padre è Giuseppe Levi, scienziato alquanto originale ed autoritario; la madre è Lidia Tanzi, dotata di un’indole assai più dolce e comprensiva. Natalia, che scrive in prima persona, è l’ultima di cinque figli: Paola, Alberto, Mario e Gino. Li troviamo tutti riuniti a tavola. Quando i figli non si comportano proprio in modo perfetto, si leva alta la voce del babbo a rimproverarli: “Non fate malagrazie!”; “Non fate sbrodeghezzi!”; “Non fate potacci!”. Parole dialettali ed anomale ma tali da conferire unicità perenne al ritratto dell’irascibile capofamiglia. Forte tempra di intellettuale antifascista, egli è, tra l’altro, grande amante della montagna, meta di ricorrenti gite molto spartane e sede per tutti i Levi delle vacanze estive di ogni anno, da giugno a settembre. Le gite in montagna sono definite dalla mamma, che appena può cerca di evitarle, come il “divertimento che dà il diavolo ai suoi figli”. Sui monti si trasferisce per l’estate anche la nonna paterna, severa signora di ascendenza asburgica, tormentata dalla memoria delle perdite economiche subite dopo la prima guerra mondiale. “Ma non era poi così povera. Aveva, a Firenze, una bella casa, con mobili indiani e cinesi e tappeti turchi...” racconta Natalia con la voce della bimba di un tempo. La vita della famiglia Levi è aperta ad amici ed amiche. Giungono in visita le amiche della mamma, che il babbo chiama “le babe”, e gli amici del padre, tutti scienziati come lui. Per gli ospiti bisogna preparare “un po’ di trattamento”, cioè tè e biscotti, perché a casa Levi gli alcolici sono banditi. Ma gli eventi della storia turbano la tranquilla quotidianità e sui Levi si addensano oscure nubi, violente minacce. La promulgazione delle leggi razziali fasciste coinvolge immediatamente i fratelli e il padre di Natalia, che vengono arrestati per diverse settimane. Il futuro si fa incerto e la famiglia si smembra perché i suoi componenti cercano luoghi di vita più sicuri: il padre si trasferisce a Liegi, Mario fugge in Svizzera e poi a Parigi, Alberto è confinato in Abruzzo, così come Natalia che, sposatasi giovanissima, vi segue il marito Leone Ginzburg, portando con sé i figlioletti… 

La Ginzburg racconta gli aneddoti familiari unendo il candore della bimba di un tempo lontano allo sguardo maturo della scrittrice che riordina ricordi ed affetti indelebili, stimolata anche dal vivo perdurare di chiare memorie. Attraverso parole ed espressioni caratteristiche, vive e rivive nel racconto l’immagine concreta, unica e inimitabile di un gruppo di persone legato da affetti, tenerezze, litigi, affanni. Se all’inizio prevale il quotidiano, colorato da ironici e perfino allegri “quadretti”, poi il ricordo coinvolge tutto il vissuto della nazione, quell’Italia in cui la dittatura fascista è in ascesa, gli antifascisti e gli ebrei sono perseguitati e, sempre più vicini, soffiano venti di guerra. “Si entra nei ricordi della Ginzburg [...] col passo col quale dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina camminiamo in mezzo alla Storia indaffarati e disorientati, come passanti per le strade di una città sconosciuta. E’ uno dei misteri del “Lessico”. Si entra nella storia en plein air...” scrive Cesare Garboli introducendo una delle numerose edizioni dei romanzo. Lessico famigliare vinse nel 1963 il Premio Strega ed è l’opera più conosciuta di Natalia Ginzburg, che, parlandone, affermò: “Non so se sia il migliore dei miei libri: ma certo è il solo libro che io abbia scritto in stato di assoluta libertà”.



 

 

 
 
 
 

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