Lettera d’amore allo yeti

Lettera d’amore allo yeti

La vita è soprattutto questione di fantasmi. Un infarto nel sonno ha portato via la moglie di Riccardo e lui se n’è accorto soltanto al risveglio, quando ormai la donna era già un cadavere. Non è facile adesso: Riccardo ha tirato un pugno in faccia allo psicologo di Nicola, suo figlio, e continua ad assecondare la stramba curiosità del bambino per lo yeti, anche se sa che non dovrebbe. “Lo yeti è buono o cattivo, papà?”, “Lo yeti spacca le cose quando è arrabbiato, papà?”. Forse un’estate al mare farà bene ad entrambi, rinforzerà il loro rapporto, li terrà attivi in modo sano, porterà un po’ di sole nei loro cuori spezzati. Scelgono Colombaia, un luogo tranquillo, quasi da cartolina. “Lo yeti scende fino in spiaggia, papà?”. Il nuovo vicino di casa, Teodoro Inverno, ha l’aspetto spettrale e triste e il modo in cui s’interessa di Nicola sgomenta Riccardo, fortuna che almeno c’è il barista Walter dall’aria tanto simpatica. Intanto, Nicola decide di scrivere una lettera allo yeti: “Ti volio bene mi fai paura”…

Che a Enrico Macioci piaccia Stephen King non è un mistero. Lo ha dimostrato sia nel saggio Dentro al nero, incentrato su It, che in Lettera d’amore allo yeti. In questo romanzo, infatti, i tributi al Re non mancano: ci sono avvenimenti sinistri in un paesino all’apparenza sicuro, un uomo che ha appena perso la moglie come in L’ombra dello scorpione e frasi ossessive in corsivo che interrompono i pensieri, alla maniera di Pet Sematary e Shining. La novità è che si svolge nell’ultimo posto dove ci si aspetterebbe terrore: una località balneare italiana ‒ mai specificata, ma somiglia molto alla Riviera Adriatica, forse all’altezza delle Marche. Sebbene la storia inizi in modo verosimile, più si prosegue la lettura, più s’aggiungono in crescendo fatti disturbanti e persino paranormali. Ogni personaggio, ogni situazione raccontata è ambigua, a cominciare dalla passione di Nicola per lo yeti e lo stesso vale per Ismaela che presagisce il male e per l’enigmatico Teodoro Inverno. C’è perfino un barista amante della letteratura che filosofeggia su Moby Dick. Il protagonista Riccardo, proprio come il lettore, non riesce mai ad avere una visione chiara di quel che accade e bisogna aspettare la fine del romanzo per sciogliere ogni dubbio. Ne vien fuori un’idea nuova ma forse fin troppo “carica”, tanto che il romanzo si potrebbe spaccare in due: da una parte la storia di un padre e un figlio che sopravvivono a una tragedia, dall’altra una specie di parco dei divertimenti nel quale le attrazioni su cui salire sono i cliché del genere horror. In mezzo c’è il mare e lì, come direbbe il pagliaccio Pennywise, “galleggiano tutti”.



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