Lettera a un mare chiuso per una società aperta

Lettera a un mare chiuso per una società aperta

Mediterraneo. Da qualche millennio. Anche i luoghi, ormai lo sappiamo, hanno una storia geomorfologica, climatica e biologica e talvolta coincidono con un vero e proprio ecosistema, più o meno in equilibrio. Da quando l’Homo sapiens è restato l’unica specie del genere Homo, sempre più ecosistemi del pianeta sono divenuti anche antropici, sempre più luoghi sono stati modificati dalla presenza umana, più o meno sapiente, finché con l’agricoltura l’uomo ha “definito” alcuni luoghi come propri, con non pochi conflitti. Il Mediterraneo è un ecosistema non solo marino, è un grande lago salato fra terre tutte connesse, addirittura tre continenti, un luogo capace di condizionare tutte le genti che ha incontrato, di produrre appropriate memoria e forma mentis. Le rive dei suoi mari non possono esistere separatamente, quelle meridionali lo definiscono quanto quelle settentrionali, le isole quanto le penisole, le foci dei fiumi quanto i porti e i permeabili retroterra. Roma è più vicina a Tunisi che a Trieste e Pachino (in Sicilia) è più a sud di Tunisi. Le frontiere non sono tanto statali o storiche, vanno meglio misurate con i coralli e le colombe, con le coltivazioni dell’ulivo, del mandorlo, del fico e del melograno. Le rotte e le invasioni non sono mai state unidirezionali, le lingue (orali e scritte) spesso reciprocamente intrecciate, gli alimenti sempre scambiati; pure le cucine sono piuttosto ibride e locali che chiuse e nazionali. Crocevia di continue migrazioni fisiche e culturali di gruppi e popoli umani, qui sono nate e si sono sviluppate le tre grandi religioni monoteiste del pianeta…

La giornalista e scrittrice fiorentina Ilaria Guidantoni ha studiato, lavorato e viaggiato molto, costruendosi ormai l’identità di “donna mediterranea”. Dopo apprendimenti di filosofia e bioetica e attività di consulenza sullo sviluppo territoriale, da circa un quinquennio pubblica saggi, narrazioni, cronache, inchieste su vari aspetti delle culture e delle relazioni nel mare nostro, partecipando anche a forum e conferenze internazionali. Il bel volume è diviso in due parti: un testo in forma di lettera al mare stesso, poi un percorso guidato di foto, voci, poesie, storie appartenenti a personalità incontrate nel suo girovagare. Nella prima parte (circa ottanta pagine), con esplicito motivato richiamo alla scuola storico francese delle Annales, illustra perché e quanto bene si potrebbe virtuosamente convivere nell’ecosistema condiviso. Innumerevoli le fonti interdisciplinari citate (pur senza note o bibliografia assestanti), più volte Pedrag Matvejevic (anche nella correzione a un certo eurocentrismo di Braudel). Grande attenzione alle parole e agli intrecci linguistici. Molti gli spunti e gli esempi interessanti, pur se l’enfasi sul nomadismo meriterebbe un approfondimento non contingente e non personale. Nella seconda parte poeti, giornalisti, traduttori, fotografi, filosofe, attrici, studiosi, scrittori di una decina di paesi danno anima e ulteriore sostanza all’argomentazione. Un mare chiuso comporta una società aperta, lo ragionevolmente ripete più volte. O “comporterebbe”, almeno, in questi tempi di frontiere osannate e di muri invocati.



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