Lettera a una professoressa

Lettera a una professoressa

Barbiana è un piccolo agglomerato di case, frazione del comune di Vicchio del Mugello, in Toscana. Negli anni Sessanta del Novecento è difficile da raggiungere perché manca una strada carreggiabile. Gli abitanti, soltanto un centinaio, sono poveri contadini. A Barbiana, in una casa parrocchiale priva di acqua e luce, arriva don Lorenzo Milani, in punizione, ma non domo. Raccoglie attorno a sé i ragazzini della minuscola frazione affinché abbiano, in parrocchia, una scuola degna di questo nome e non debbano essere sempre respinti, come Gianni, il cui ennesimo insuccesso scolastico offre lo spunto per la redazione della Lettera a una professoressa, testo collettivo scritto dagli alunni sotto la supervisione di don Lorenzo. La domanda fondamentale che muove tutta la riflessione dei ragazzi è: perché i ragazzi di paese collezionano insuccessi a scuola, perché vengono sempre bocciati? Vengono percorse le storie di Gianni e Sandro, respinti dalla scuola ufficiale. Sandro, quindicenne ripetente, classificato come “cretino”, a Barbiana si appassiona a tutto. La mattina segue il programma di terza media, il pomeriggio cerca nei libri di prima e seconda gli argomenti che non conosce per colmare le sue lacune. “A giugno il cretino si presentò alla licenza e vi toccò passarlo”, scrivono i ragazzi di don Lorenzo. Il caso di Gianni, superficiale e incostante, si rivela più difficile anche perché i progressi da lui fatti nella scuola di Barbiana – se pur modesti importanti rispetto al suo punto di partenza – non vengono minimamente riconosciuti al momento dell’esame nella scuola statale. Gianni non si sa esprimere bene ma, ammoniscono gli autori della lettera, questo non può essere un motivo “per cacciarlo dalla scuola”. Perché non si può avere “più in onore la grammatica che la Costituzione”…

Lettera a una professoressa è l’antesignana di quella che, solo un anno dopo la sua uscita, si sarebbe definita “critica alla scuola di classe”, la cui impostazione e i cui programmi saranno ovvii per i “Pierini del dottore” che in casa sentono parlare un italiano corretto ma ardui per gli scolari provenienti dalle classi sociali svantaggiate che si esprimono in una lingua povera, dal vocabolario limitato, o quasi soltanto in dialetto. Fondamentale, dunque, a Barbiana, è la questione della lingua, che, scritta e parlata, “si insegna come qualsiasi altra arte”. La scuola dell’obbligo, notano i ragazzi di don Milani, deve colmare lo svantaggio tra i ragazzini che si esprimono a malapena con trecento parole (e che in genere sono quelli delle classi povere) e i ragazzini che si esprimono con tremila e più. A Barbiana si leggono i giornali, non si usa un libro di testo unico ma si producono i propri testi. I dizionari sono presenti in gran numero e sono molto consultati. Storia e geografia sono concretamente vissute sulle carte geografiche e attraverso la discussione critica degli eventi. Ogni affermazione viene approfondita. Don Milani e i suoi stessi ragazzi sono consapevoli del fatto che la loro esperienza di “scuola totale” è irripetibile e strettamente legata alla personalità del maestro e tuttavia rivendicano il loro diritto ad essere accettati e compresi dalla scuola pubblica, a non essere umiliati agli esami. Rimproverano alla professoressa destinataria della missiva: “A settembre lei mi dette quattro e quattro. Non sa fare nemmeno il suo mestiere di farmacista. Il bilancino non le funziona. Non potevo saperne meno che a giugno. Lei ha girato l’interruttore. Spento un ragazzo”. Della scuola di Barbiana rimane, valida per tutti e in ogni ambito, la riflessione sul modo di insegnare, particolarmente negli anni dell’obbligo. Lo scopo principale dell’insegnamento, infatti, non è quello di preparare al mercato del lavoro, ma quello di formare cittadini sovrani.



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