Lettere al padre

Lettere al padre

Due voci si colgono, raccolte, in un dialogo tra singoli percorsi: indagine del sovrannaturale quotidiano, la “naturale quotidianità del sovrannaturale”. Nell’incontro, una benedizione laica “non immune da caduta”. Due scritture si manifestano attraverso parole che sorgono nelle pause tra i silenzi, tra “la mano che raccoglie i capelli e il vento che la scioglie”, tra un attimo di Tempo attraversato, di vita percepita come un’onda chiara e travolgente, poi tornata giù: due colloquianti nel commento dell’antica preghiera: Padre nostro. Dove, il Padre, e dove il figlio da lui. Dove, il cielo attraverso la terra. Dove, il sacro silenzio che apre lo sguardo, che apre le porte per poter guardare il cielo dalla terra, camminando sulla terra, ché camminare “è proprio questo perpetuo abdicare dalla presenza di ciò che appare e manifesto ci confonde, frammentata irrealtà delle intatte realtà dello spirito”. Un giorno, il ritorno sulle righe del carteggio e la scoperta, per una delle voci, che l’altra, Comitò, l’Amico vero, è scomparsa, bianco d’assenza che illumina le lettere rimaste. “In quei laghi di silenzio la preghiera si era fatta, per sottrazione, vera, e finalmente solo mia, quasi che ogni voce – quella di Dio, quella dell’amico, quella del tempo – è più giusta e viva dai luoghi cui manca”…

Negazione, sottrazione: sentinella alle porte di profondo sguardo, Federica D’Amato compone tredici lettere in assenza d’interlocutore, scaturendo dalle parole dell’antica preghiera. La nuova preghiera in forma di lettera respira attraverso righe chiare, riflessi luminosi, angoli preziosi. L’assenza di Comitò, dell’Amico vero, dei cento intendimenti, rimanda questa luce, riverbera, diffonde di tra le righe. L’amico, il Tempo, Dio, attraverso il racconto quotidiano, lo squarcio improvviso, l’avvicinarsi al dolore, alla “ferita dell'essere” e l’aprirsi al bene (l’incontro nelle parole: abbandono, grazia, origine e separazione), alla lingua del cuore, dolcezza che spezza che ossa. L’intimo splendente incontro – le cui parole, ha ragione a notarlo Donato di Stasi nella sua prefazione, necessitano calma, di essere soppesate – accade e sorge tra le pagine de La tempesta di Shakespeare, là dove Prospero, ormai lontano da Ariel, dagli incantesimi e dallo spirito del mondo, si fa nuda preghiera del tempo, “il luogo celeste da cui l’assenza di Ariel si fa Dio e l’origine il suo pianto inconsolabile”. Allora si dà, si dà con forza questa traccia di preghiera, speranza nell'abbandono, poesia nel darsi, donarsi all’altro, alla “contemplazione del paesaggio dell’altro”, uscire, e così ritrovarsi perdendosi in un dialogo “che ogni giorno perdiamo con Dio”. Scorri, scorri allora, amico, a imitazione dell’acqua.



 

 

 

 
 
 
 

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