Lettere dal Sahara

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Percorrere a bordo di un fuoristrada una pista in mezzo alla foresta in piena Costa d’Avorio e avere l’impressione di essere in Lombardia in inverno: colpa della nebbia. La prima fila di alberi è visibile benché velata; la seconda traspare appena, spettrale: la terza non si vede. “Ma non fa il freddo pungente di un’alba nebbiosa in riva al Po; fa un caldo umido, appiccicoso, come di miasma impuro di palude, di vapore malarico di acquitrino”… Dopo una corsa di trecento chilometri in automobile, finalmente Alberto Moravia e i suoi compagni di viaggio giungono al villaggio dei Lobi. Si tratta di una tribù nomade che “erra tra l’Alto Volta e la Costa d’Avorio secondo l’opportunità dei raccolti, sempre ricostruendo in luoghi nuovi con automatismo da termiti lo stessissimo tipo di villaggio”. Una donna viene loro incontro: porta due dischi di osso incastrati nel labbro inferiore e in quello superiore che danno al suo sorriso una strana forma a V. In cambio di un piccolo dono fa entrare il gruppo di occidentali nella sua capanna. C’è buio, forte odore di pollaio e letame… Per un mese intero Moravia segue la troupe di Dacia Maraini, impegnata a girare un documentario sulle donne africane. Per ingannare la noia, lo scrittore legge Robinson Crusoe e ragiona sul fatto che il personaggio di De Foe è l’esatto opposto dell’indigeno Lobi medio: “(…) tra i due è il Lobi, nonostante il suo arcaismo, che pare aver saputo risolvere meglio cioè in maniera più pratica e più realistica il problema dell’esistenza; al confronto, Robinson risulta utopistico, di una utopia, per giunta, ingenerosa e sterile”… Seguendo un gruppo di musicisti, i viaggiatori giungono in un piccolo villaggio dove sono in programma delle danze funebri in onore del capo, morto mesi prima. Al suono di corni e tamburi la gente di dimena e compie azioni rituali nell’afa insopportabile…

Lettere dal Sahara (niente a che vedere con l’omonimo film del 2005 diretto da regista Vittorio De Seta) è il secondo reportage “africano” pubblicato da Alberto Moravia dopo A quale tribù appartieni? ‒ che raccoglie corrispondenze pubblicate dal “Corriere della Sera” tra 1963 e 1972 ‒ e prima di Passeggiate africane, forse il più conosciuto dei tre. Qui gli articoli scritti per il quotidiano di via Solferino vanno da 1975 a 1981: curioso che in realtà solo in minima parte riguardino il paesaggio quasi extraterrestre del deserto ai piedi del massiccio dell’Hoggar, percorso in jeep alla massima velocità possibile e osservato da un Moravia corrucciato e inquieto dal sedile posteriore. Si racconta invece soprattutto la Costa d’Avorio del boom economico con i suoi palazzoni moderni di acciaio e vetro ma anche con la sterminata boscaglia in cui sono disseminati piccolissimi, poverissimi villaggi collegati tra loro da mulattiere fangose. Quella boscaglia che per Moravia è “la madre degli africani, una madre di cui ci si vergogna un poco, tanto è vero che nelle città si parla di coloro che vi sono nati con leggero, canzonatorio disdegno, come da noi dei cosiddetti cafoni; ma in realtà tutti gli africani più o meno ne provengono. (...) La fantasia grottesca e caricaturale degli africani, le loro credenze religiose insieme spirituali e ironiche vengono dalla boscaglia come correttivi e spiegazioni del suo caos insignificante e informe”. Si raccontano poi il Kenya e il lago Rodolfo, lo Zaire visto da un battello (do you remember Conrad?). Una raccolta di varia umanità, uno sguardo curioso su usi e costumi così distanti dai nostri (e anche da quelli degli africani di oggi, visto che il libro ormai risale a molti decenni fa), lontano dall’ecologismo militante di Passeggiate africane. Lettere dal Sahara all’epoca della prima pubblicazione fu accolto abbastanza tiepidamente e duramente criticato da sinistra: si accusava Moravia di superficialità, di mancato approfondimento sociale e politico, di scarsa empatia con le popolazioni locali, di avere un approccio paternalistico, quasi da colonialista illuminato. Lui si difese rivendicando la propria natura di scrittore, precisando di non essere un giornalista ma piuttosto un artista “che dipinge la realtà che vede, affascinato dalle sensazioni che questa produce in lui, senza dover per forza svolgere delle inchieste, fare il punto della situazione e quindi spesso sorvolando su questioni importanti del contesto politico o sociale dei luoghi che visita”. E a dire il vero proprio in Lettere dal Sahara Moravia premette: “Le impressioni che consegnerò in questo diario saranno soprattutto visive; quanto a dire che descriverò quello che vedo nonché il “senso” di quello che vedo ma non più che il senso, cioè quello che penso della cosa nel momento stesso che la vedo. Sarà, insomma, il diario di un turista”.



 

 

 

 
 
 
 

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