Lettere a Milena

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Aprile 1920. Kafka ha trentasette anni, ha già pubblicato La metamorfosi (1915) e si è da poco trasferito a Merano, ospite della pensione Ottoburg, dove spera di combattere la tubercolosi che lo affligge da tre anni. Il mese prima ha incontrato a Praga la giornalista venticinquenne Milena Jesenská, che sta traducendo in ceco i suoi racconti: il loro è stato un incontro fugace, “quasi tacito”, ma Kafka ne è rimasto colpito. Milena è praghese (come lui), cristiana e infelicemente sposata (con un altro scrittore, Ernst Pollak), ma soprattutto nutre per le parole un amore simile al suo. I due intraprendono una corrispondenza professionale che si trasforma presto in un vortice di struggimento sentimentale: nell’arco di sette mesi, Kafka le scrive circa centotrenta missive, nelle quali letteratura e passione non smettono mai di intrecciarsi, alimentando e al contempo decostruendo il desiderio. Lui non osa istigarla a lasciare il marito, lei si sente incatenata al suo matrimonio (ha fatto sua l’idea che “non ci si sposa per essere felici ma perché non si può fare altrimenti”). Persino quando Milena gli propone di incontrarsi a Vienna, Kafka “esita, differisce, procrastina”, spiegandole che non sopporterebbe lo sforzo: “Io sono spiritualmente ammalato, la malattia polmonare è solo un tracimare della malattia spirituale”. Il desiderio di preservare questo rapporto idealizzato è superiore a quello di incontrarsi: “E tuttavia io non amo te, ma qualcosa di più, la mia esistenza donatami da te”. Alla fine i due si ritrovano a Vienna a fine giugno, ma il loro amore è destinato a non sbocciare. A dicembre Kafka viene ricoverato in un sanatorio sui Carpazi e rinuncia al suo sogno; assaporata un’ultima relazione felice, muore per inedia nel marzo del 1924, soffocato da una laringite tubercolare. Ventitré anni dopo è proprio Pollak a concordare con Willy Haas affinché siano dati alle stampe i carteggi tra Kafka e sua moglie (morta nel 1944 nel campo di concentramento di Ravensbrück); l’editore Fischer, però, impone che le lettere vengano emendate da alcune riflessioni sull’ebraismo che sarebbero risultate inopportune nell’immediato dopoguerra. La corrispondenza viene pubblicata integralmente soltanto nel 1980 e poi in un’edizione critica nel 2013, la stessa che Giuntina propone adesso per la prima volta in traduzione italiana…

Le lettere di Kafka a Milena si prestano a diversi piani di lettura. Da un lato, sono la testimonianza dei tormenti di un genio, dall’altro un documento di indiscutibile interesse letterario, politico e storico. Nelle edizioni in commercio a partire dagli anni Cinquanta, queste lettere hanno sempre circolato sia tra gli estimatori dello scrittore ceco sia tra gli appassionati di corrispondenze, anche per via della loro componente privata e sentimentale. L’edizione Giuntina è molto di più: un accesso preferenziale all’universo narrativo di uno dei più grandi autori del Novecento, una dettagliatissima biografia indiretta, una testimonianza storica stratificata, e il resoconto di un amore struggente ma accuratamente contestualizzato e analizzato. La curatela di Guido Massino e Claudia Sonino è imponente, colma di spunti extra-testuali e, non in ultimo, piacevole. Altissima è l’attenzione al tema dell’identità ebraica, accompagnata da un rigore filologico che si fa estensione di quello kafkiano. Kafka aveva infatti imperniato il suo rapporto virtuale con Milena sulle sfumature della lingua e delle lingue; come scrive Sonino nella prefazione: “Non è forse un caso che le lettere che precedono […] il ridimensionamento del loro rapporto siano costellate da termini e parole in ceco, quasi lo scrittore volesse affermare un’unione e una vicinanza tra lui e Milena, un loro incontrarsi, mescolarsi e incrociarsi su un altro piano, quello delle parole, della lingue, e non quello della vita vissuta”. Il volume è impreziosito da un saggio in cui Massimo ricostruisce i legami tra narrativo e biografico e imbastisce un parallelo tra Milena e la Beatrice dantesca. Da questo lavoro oceanico e interattivo si può ricavare un ritratto di Kafka di una profondità ineguagliabile, quasi una chiave d’accesso al genio di uno scrittore imprescindibile, qualcosa che ogni buon lettore dovrebbe custodire tra i suoi strumenti.

 


 

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