L'hotel azzurro

L'hotel azzurro
Nebraska, fine '800. Fort Romper è una qualsiasi piccola cittadina del West: poche case anonime, strade fangose battute dal vento sullo sfondo di un cielo immenso percorso da nuvole lontane. Ma diversamente che in tutte le altre piccole cittadine del West, a Fort Romper c'è il Palace Hotel, che il vulcanico proprietario Pat Scully ha intonacato di azzurro chiaro. Se si scende alla stazione ferroviaria si deve passare per forza davanti all'albergo e come fai a non notarlo, azzurro com'è: impossibile! È consuetudine di Scully, per procacciarsi clienti, accogliere sulla banchina della stazione ogni treno che ferma a Fort Romper. Questa mattina, nonostante il freddo intenso, è stata particolarmente fruttuosa: ha accalappiato uno strano europeo - forse svedese, o comunque del nord - alto e grosso e con una valigia ancora più grossa di lui, un cowboy abbronzato che fa una tappa del suo lungo viaggio verso il Dakota e un ometto silenzioso che dice di venire dall'est. I tre viaggiatori vengono gentilmente pilotati da Scully nella scarna hall del suo albergo: qui trovano solo una enorme stufa e il figlio di Scully, Johnnie, impegnato in una accanita partita a carte contro un altro ospite del Palace Hotel su un tavolino di fortuna. Giusto il tempo per i tre nuovi clienti di lasciare i bagagli in camera, darsi una veloce rinfrescata con l'acqua gelida e sono tutti pronti a giocare a carte anche loro...
Azzurro è il colore dell'incomunicabilità e dell'incomprensione. È la tinta sfuggente che ricorda l'assoluto del cielo, come assoluto è l'equivoco della coerenza se applicato alle cose della vita, ai contorti equilibrismi intellettuali ed emozionali degli esseri umani, soprattutto. O almeno sembrava pensarla così Stephen Crane quando pubblicò - nel 1898, in un'antologia di racconti – questo piccolo gioiello. Lo stile dell'autore de Il segno rosso del coraggio ha sempre molto di pittorico, ma se il suo romanzo più famoso è un ricco affresco ruggente di colori, questo brevissimo L'hotel azzurro è un fine acquerello, di quelli che a guardarli inducono una pensosa malinconia. Una vicenda tutto sommato banale (e immaginiamo molto frequente nel rozzo West), una lite al tavolo da gioco, diventa grazie al talento dello scrittore americano metafora, riflessione, enigma. In appendice al racconto, un ricordo di Stephen Crane firmato da Joseph Conrad all'indomani della prematurissima scomparsa dello scrittore di Newark, morto a soli 29 anni di tubercolosi. Il pezzo vorrebbe naturalmente essere un addio commosso, ma ha un non so che di freddo e distaccato, quasi Conrad biasimi più che compatire. Si sa come sono i grandi geni.

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