Libera voce

Libera voce

Secondo la vicepreside il Professionale è la scuola per quelli che non vogliono pensare, ma quando ci stai dentro ti accorgi che se non pensi è meglio, perché se pensi ti accorgi dei muri grigi, dei cessi lerci, dei laboratori che non esistono, dei riscaldamenti sempre spenti, dei prof che se la prendono con te anche se stai zitto allora è meglio abbassare la testa e aspettare, tanto tra poco iniziano i filoni, poi arriva l’occupazione o l’autogestione e poi ci sarà l’arruolamento… I punk stanno tutti a Piazza del Gesù, i punk se li cerchi su internet non puzzano e non attirano occhiate schifate, lei non è una punkabbestia, non ha un cane con sé, ma compra i vestiti usati e ha i capelli rosa, sta a Piazza del Gesù ma non ascolta solo musica assordante, è vegetariana figlia di avvocato e ama Bob Marley perché “money can’t buy life”… Silvana aiuta sua madre a fare i servizi, è incinta di cinque mesi e ama Enzo che fa il camionista e torna a casa il venerdì sera, non ha molte speranze né per sé né per Napoli, ma per suo figlio sì, chissà, forse viene come Cannavaro… La politica fa schifo e a vent’anni ti rendi perfettamente conto che la politica è vecchia e malata, che fare quando ti odi perché non te la senti di votare nonostante siano morti in tanti perché tu potessi farlo?... Peppe ‘O Strano è un hacker, un dj, un supereroe, nome d’arte Super Strogna ed è in cerca di un assistente tipo Robin, lui già risolve i problemi, quelli grossi, ma con una spalla farebbe faville… Ha ventidue anni, un figlio piccolo e vive a Reggio Emilia, ha faticato ad abituarsi, all’inizio piangeva sempre, ma poi ha sposato Rosalia, gli manca il San Paolo e la “carnalità” dei napoletani, forse ha fatto un figlio pure juventino, ma ora si sente anche un poco nordista… Susetta Alice ha venticinque anni e vive a Scampia, quella vera, quella dove sai a che fazione appartiene un ragazzino a seconda se guida un TMax o un SH300, non quella dei giovani pagati per andare in tv a raccontare il ”sistema”, la Scampia dove la sera di Capodanno del 2008 i capo zona si sfidano per un’ora a una battaglia di fuochi d’artificio che hanno oscurato quelli di Piazza Plebiscito con la gente che applaudiva affacciata al balcone mentre nel cielo sopra di loro esplodeva il sangue dei morti, le braccia bucate dei disperati…

Libera voce è stato scritto da un Rosario Esposito La Rossa poco più che ventenne per dare appunto una voce non censurata alla sua generazione, un palcoscenico alle vite che volevano sfuggire alla narrazione iconografica di una città che, come dice uno dei narratori, “o la ami a occhi chiusi o la schifi con tutto te stesso”. I testi dei brevi racconti sono fulminanti, affilati dolci e iperbolici come solo i sogni e le riflessioni dei giovani possono essere; essendo però, questa una raccolta di voci di ragazzi e ragazze non così comuni, sono spesso macchiate dagli schizzi di fango dei TMax che sgommano e dai quali spesso si spara e della vita che li circonda. Una vita dove tuo padre può essere che sta in galera o può essere che sia morto ustionato da rifiuti tossici dopo un’onesta vita di duro lavoro in una discarica abusiva, una vita dove a sedici anni puoi aver perso il tuo migliore amico per una zuffa tra adolescenti e a ventiquattro aver già capito che “se nasci verme, senza la mano del Padreterno non diventerai mai farfalla”. Il libro è stato scritto nel 2008, racconta una Napoli che in qualche modo non c’è più, una Scampia che si preparava al soprassalto di orgoglio, ma era sull’orlo di un baratro, un mondo adolescenziale e post adolescenziale riconoscibile eppure totalmente estraneo, un universo in cui i telefonini erano appannaggio della classe lavoratrice e ancora si rubavano, i “social” non erano ancora una parola del dizionario, un mondo in cui a ventidue anni si poteva credibilmente aver perso le tracce dei propri compagni di scuola. Esposito La Rossa ha inconsapevolmente messo su carta i racconti, i pensieri, le canzoni, di una generazione che è poi stata quella che in dieci anni ha contribuito a cambiare le cose, ha capito che l’associazionismo e la cultura sono al risposta la cinismo della vecchia classe dirigente, e, come dice Don Luigi Ciotti nella prefazione, si è liberata dal vittimismo che ha afflitto i loro padri e viene fotografata nell’istante in cui prende consapevolezza che la città, Napoli o Scampia, “non è la loro condanna, ma la loro ricchezza”. La prosa è infusa di pari dosi di amarezza e speranza e, anche se acerba, lascia intuire la potenza del talento che l’autore ha ampiamente consolidato e confermato nelle opere successive.



0

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER