Libere!

Libere!
«Amo la radio perché arriva dalla gente/ entra nelle case e ci parla direttamente. E se una radio è libera, ma libera veramente/ piace ancor di più perché libera la mente». Cantava così Eugenio Finardi, e cita così Wikipedia alla voce "radio libere", a sottolineare l’importanza politica e sociale della liberalizzazione dell’etere negli anni ’70, più precisamente nel 1976. Un momento fondamentale oggi da molti dimenticato o sconosciuto, a sancire un cambiamento sostanziale del fare informazione via radio, veicolando contenuti senza timori, propagandando, diffondendo valori e tendenze, facendo sentire la propria voce al di là dell’informazione pubblica, sino a quel momento l’unica possibile e pensabile, ingabbiata in schemi fissi, molto poco inclini all’anticonformismo. Le radio di controinformazione, sulla linea dell'esperienza francese di Radio Fréquence Libre, tendono a fiorire (da qui la definizione Centofiori) in tutta la penisola, caratterizzandosi spesso politicamente, sino a diventare un vero e proprio strumento di propaganda considerato illegale motivo per cui, escludendo Radio Radicale e pochissime altre, la quasi totalità di esse fu costretta alla chiusura. Quella che inizialmente venne considerata una tendenza di moda, destinata a esaurirsi in breve tempo, seppe dimostrare di avere la stoffa per espandersi a livello internazionale, coprendo vasti territori, dando modo di identificarsi nello speaker, permettendo all’ascoltatore di interagire, partecipare, dire la propria innescando un meccanismo collettivo in grado di spostare le masse...
L’analisi – quantativa, statistica, sociale e culturale – di Stefano Dark parte dai primissimi pionieri a capo di Radio Araldo, attraversa le trasmissioni clandestine di Radio Londra, Radio Mosca, Radio Milano Libertà per arrivare alle radio partigiane, alle emittenti private locali nate proprio nel 1976 come Radio Popolare a Milano, Radio Ciroma in Calabria, Radio Alice a Bologna, Radio Kiss Kiss, Radio Canale 93, molte ancora esistenti, talvolta sotto altro nome. Come dimenticare poi il fatto che personaggi oggi sulla cresta dell’onda come Vasco Rossi e Jovanotti hanno proprio mosso i primi passi in radio nei primi anni di libertà informativa? Questo non impedisce al fenomeno delle radio libere di imporsi come un tassello importante e degno di essere ri-portato alla luce al fine di rendere gli ascoltatori più giovani (si da per scontato, o almeno così si vorrebbe, che i più aged ricordino il carattere rivoluzionario della sentenza 202/1976 del 28 luglio 1976) consapevoli di come si sia giunti all’informazione musicale e di intrattenimento del 2009. Nostalgica la presentazione di Marco Baldini, oggi voce attiva e amata di Radio Kiss Kiss, a ricordare gli ’80, anni in cui fare radio voleva dire avere passione smodata per la musica (in genere essere dj o speaker era un hobby o un lavoro da affiancare ad un’occupazione più stabile) e per il contatto con il pubblico senza possibilità di vedersi, unico strumento la voce, i contenuti, le idee a correre sulle onde sino alle orecchie di chi ascolta. Un libro imprescindibile, preciso e accurato, su un media che ha ancora molto da dire e che può raccontare – al di là dei libri di storia e di sociologia – l’andamento di un paese in oltre trent’anni di tempo.

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