Libreria Luigi

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Questa è la storia di un libraio e della sua libreria. Liberia Luigi: come Pirandello e come Luigi, il proprietario. Pochi capelli, barba ispida, sposato con Olga, donna di buona famiglia e sorella di un banchiere che dal padre ha ereditato fiuto per gli affari e, forse, metodi non proprio limpidi. Ha un figlio con il quale da tempo non lega più, affascinato piuttosto dal mondo opulente dello zio materno, ma dalla sua parte c’è la sorella e il cognato psicologo che spesso gli fanno visita in negozio. Nonostante la libreria tutto sommato faccia buoni affari, Luigi non è felice, non è sereno. Il giorno del suo cinquantesimo compleanno, mentre si trova nel retrobottega, ha un malore temporaneo, che appare però come una sorta di avvertimento. Da quel momento, alcuni fantasmi letterari cominciano a fargli visita e non sono personaggi causali, come Vitangelo Moscarda, protagonista del romanzo Uno, nessuno e centomila, il tormentato Baudelaire e la poetessa Wislawa Szymborska. La sera, ad attenderlo a casa, Luigi trova una festa di compleanno fredda, fatta di entusiasmi posticci di chi non sembra tenere veramente a lui. La libreria, in verità, è la sua sola e vera casa, dove l’uomo torna a rifugiarsi e dove decide di seguire il consiglio drastico di un’anziana e forse pazza cliente. Chiusosi in bagno, Luigi si rasa i capelli a zero e si taglia la barba, trasformandosi di fatto in un altro Luigi, forse quello vero che attendeva di mostrarsi. Con l’emergere del nuovo Io, però, vengono a galla anche altre e spiacevoli verità che riguardano la nascita della libreria, compromettendone, agli occhi di Luigi stesso, l’immagine ideale che di lei il libraio si era fatto…

“Una maschera. Per tanti anni avevo calzato una maschera. Pelosa, per di più”. Luigi è un libraio a suo modo appassionato e che, paradossalmente però, subisce l’ego dei clienti più che quello dei libri brutti, che tiene comunque in vetrina. Complice la crisi dei cinquant’anni, che innesca una serie di avvenimenti collaterali, questa maschera pelosa che per anni lo ha accompagnato scivola via, giù dentro lo scolo del lavandino, rivelando il vero Luigi che ha molte meno inibizioni, molti meno scrupoli e sensi di colpa di quello vecchio. Di questo vero e nuovo essere però, impariamo che per lui i libri tutto sommato non sono fondamentali e conta più una pace interiore che, alla fine, in qualche modo forse anche lui troverà. Stefano Caso, di origini cremonesi ma residente in Friuli, laureato in filosofia e giornalista, confeziona un’insolita storia, quella di un librario fuori dagli stereotipi comuni e dagli schemi ideali di clienti e colleghi. Pur amante della letteratura e dei classici, Luigi non appare come il vero e autentico devoto di un’arte che ti strega cuore e cervello, ma sono le persone a conquistarlo più che le trame dei libri. Non riusciamo ad appassionarci però completamente alla storia e al suo protagonista. Luigi è una persona che resta piuttosto schiva e che si nasconde forse dietro un’ulteriore maschera, magari sottilissima e quasi invisibile. Manca un tantino di empatia per l’umanità del nuovo Io glabro, ma va riconosciuto il merito della creazione di una nuova razza di librai, più vicina a certi osti scorbutici e imprevedibili che ai venditori di letteratura.



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