Libro dei dispersi e dei ritornati

Libro dei dispersi e dei ritornati

Una donna al bancone del bar sorride alzando un bicchiere di prosecco. Potrebbe essere una tra tante foto, tutte a ritrarre un paesaggio giorno dopo giorno. Invece è solo lì, al bar, o su uno scivolo abbracciata a un uomo, o ancora che punta il fucile di un tirassegno. Paesaggio che sfugge. Paesaggio che si compone. Bar, il giorno del compleanno: assedio. Lei è la fortezza che sorride dalla feritoia, gli invitati entrano, camminano, invadono. Sullo scivolo, lei diventa il confine di calore tra il suo corpo e quello di lui, stretto dietro, le mani a stringerle i seni. Diventa la sua lingua sconosciuta, “la strada perduta del suo lento ritorno a casa”. Adesso è bersaglio al tirassegno, bersaglio che fotografa chi spara, e il testimone che è accanto. Testimone colpevole. Ora è sagoma femminile lungo un viale alberato, decide di sostare sull’orlo di un buco creato dall’esplosione, con in mano il niente che lui ha lasciato. Ansia di qualcosa lasciata in sospeso, che può danneggiarsi, bruciare, morire, ma lei resta lì, a imparare la pazienza vicino alle linee dell’orlo del buco. Ogni cosa può continuare il suo corso. Foto di famiglia. Due figli, un padre e una madre ossessionata dal fare una foto ogni giorno: foto di domenica. Ritratto di famiglia: ecco la nonna, che cucinava un’ottima crema al limone, e lo zio che un torrido giorno d’estate approfittò del silenzio e del riposo degli altri per attirare a sé la nipote. Odore di crema al limone, odore di medicine stantio, tv sempre accesa, vecchie membra zombie sulla poltrona. Anatomia, massacro già in atto…

Dal baule di un vecchio rigattiere spuntano fuori fotografie. Persone, luoghi, movimenti accennati, oggetti. Berlino. Lea Barletti è lì a raccogliere tre foto, a guardarle a lungo, fino all’orario di chiusura. Dopo, decide di scriverne, quasi a sentire un debito nei confronti della donna ritratta nelle foto. Lei, la donna, scivola fuori dal ritratto come liquido, si insinua nei pensieri e nelle dita della scrittrice. Diventa evoca sinestesie, membra che si diramano, diventa oggetti, luoghi, paesaggio. Dalla foto, sagome e fisionomie prendono forma, interrogano chi scrive, si mettono in posa per un incontro. Deragliano mentre frammenti delle loro giornate, del loro vissuto, del loro passato tutto passato salgono a galla come pezzi di vetro in frantumi. È un corpo che si divide, si mostra in dissezione, si mostra alla fame, alla ferocia, al massacro già in atto. Un ricordo che esplode e lascia un buco proprio in mezzo alla strada. Suggerisce una forma possibile, poi scompare. Quel volto non si fa afferrare, suggerisce trame ma non si fa afferare, straborda, poi però ritorna compatto nella foto anonima, nella posa di un giorno passato, senza nome. I’m alive, i guess, Dickinson, o il dolore che penetra fin nelle fibre più strette del mio corpo universale, Rosselli. Dodici foto naufragate e una radiografia: dispersi e ritornati. Cornice labile, il liquido – nero, famelico, al sapore di crema al limone - scivola via dagli occhi, dai pori, dappertutto a invadere.




 

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